lunedì 18 maggio 2015

Ritorno all'infanzia. Un ricordo del maestro Luciano Gori, Firenze Quartiere 4, 16 maggio 2015

di Paolo Pini

Ieri, grazie a Benedetta e Valentino, ho partecipato al convegno sul maestro Luciano.
Gori viene ricordato per la particolarità del suo metodo di insegnamento che si basava sulla partecipazione, la solidarietà e la conoscenza diretta del mondo circostante alla scuola. Sono stato allievo del maestro dal 1974 al 78. I miei ricordi relativi a quel periodo di scuola elementare sono intensi e nitidi. Andare a scuola non significava seguire un programma di studio o prendere dei voti ma scoprire il concetto di società a partire dalla conoscenza dei fatti che accadevano nel nostro Quartiere. Il maestro usava molto spesso la parola società, quasi mai parlava di comunità. Come se i modi dello stare insieme delle persone fossero più condizionati dagli assetti strutturali dei poteri più che dalla condivisione dei valori. Allenava il nostro spirito critico spingendoci a capire e valutare le ragioni che spingono le persone ad agire e a costruire strutture sociali talvolta profondamente inique, talvolta al servizio dei cittadini.  La conoscenza della realtà circostante avveniva attraverso il giornalino di classe "Il Sole", l'intervento sulla nostra società si realizzava mediante la nostra stessa classe, o almeno questo è quanto noi bambini percepivamo. Comprendere e modificare il mondo circostante appariva non solo possibile ma anche come il primo dovere dei cittadini, a partire dai più piccoli. Così la conoscenza del fenomeno della cassa integrazione, alla quale alcuni dei genitori dei nostri compagni erano costretti, avveniva attraverso interviste e discussioni con gli operai che venivano sintetizzate sul giornalino di classe e così il tentativo di cambiare la situazione di sfruttamento dei lavoratori avveniva attraverso la partecipazione di tutta la classe allo sciopero dei dipendenti della fabbrica "Fiaba". Molti altri esempi potrebbero essere portati. Praticamente la quotidianità del nostro stare a scuola non era scandita dallo svolgimento di un programma di studio ma da una miriade di discussioni, condivisioni di significati e progettazioni di azioni che variavano su tutte le tematiche che avevano a che fare con la vita sociale e con le emozioni degli individui. La grammatica, la geografia ed il resto dei saperi elementari veniva appreso mediante la produzione di significati che potessero essere immediatamente utili alla comprensione della realtà e all'azione su di essa.
Credo proprio che Luciano Gori sia stato il primo a farmi comprendere non solo il concetto di società ma anche quello di pragmatismo. Il pensiero è significativo solo se è premessa dell'azione. L'azione deve essere degna, ed è degna solo se è al servizio dei cittadini, a partire dai più deboli. Il maestro era esempio di pragmatismo. Anche i concetti più astratti potevano essere legati ad un fare e tutti noi dovevamo imparare a saper fare.


Quando penso a me bambino, lego  l'attuale me sociologo proprio a quelle esperienze di partecipazione collettiva e alla percezione che, comunque, soprattutto sei quello che gli altri ti riconoscono di essere. Sono diventato sociologo non dopo la laurea ma dopo che gli utenti del servizio di salute mentale di Livorno mi hanno spiegato chi fossi e cosa stavo facendo. La rivista Nuovo Abitare viene costruita come veniva redatto il giornalino "Tutti Uniti" del maestro Luciano Gori. E' uno strumento per conoscere e farsi conoscere, è frutto di un lavoro collettivo, permette di documentare quello che si fa e progettare l'azione futura. Nuovo Abitare da spazio espressivo e parola ai più fragili, ai meno ascoltati, ai più ricchi di sofferenza e spesso anche di sapienza emotiva. Nuovo Abitare è un canale istituzionale di innovazione gestito da un'associazione di persone che hanno o hanno avuto un disagio mentale, l'associazione Mediterraneo. La testata è di proprietà della USL di Livorno e grazie all'opera di promozione del dott. Mario Serrano è diventata uno strumento di partecipazione dal basso al processo di costruzione delle informazioni a partire dal 1998.
Praticamente ogni giorno nelle nostre riunioni di associazione parliamo di sofferenza emotiva, di problemi concreti e talvolta di voglia di morire. Nei servizi di salute mentale la voglia di morire è avvertita come quella  manifestazione della malattia mentale a cui si deve rispondere prontamente per evitare il peggio. A me ha dato sempre un po' fastidio legare la voglia di morire ad una malattia mentale ... Alcuni miei amici, negli anni, sono morti perché hanno scelto di morire. Chi si da la morte va via senza salutare. Pure io, spesso, vado via senza salutare ma sono convinto che sia chi decide di morire, sia chi decide di andare via senza salutare non sia una persona malata, almeno proprio in quel momento in cui decide l'azione. Il nostro maestro ci spiegava la storia partigiana enfatizzando le vittime delle rappresaglie naziste. Ci raccontava che la lotta per affermare la democrazia e combattere il fascismo era stata svolta talvolta a costo della vita di alcune persone che si erano sacrificate all'estremo ritenendo di non aver scelta di fare altrimenti. A volte le persone non hanno veramente scelta di fare altrimenti sia si tratti di decidere di fare un salto verso il cambiamento radicale della propria vita sia si tratti di scegliere la morte invece che la vita. Certo tutto questo può essere mancanza di consapevolezza della malattia ma sono convinto che spesso è, invece, eccessiva consapevolezza dei vincoli del vivere. In un modo o nell'altro il superamento romantico dei vincoli mi piace pensarlo come affermazione individuale e sociale di libertà democratica.
Durante il convegno mi sono commosso nel rivedere un vecchio filmato in cui si documentava una visita di classe in cima al Duomo di Firenze. Il maestro si divertiva a riprendere lo spavento di alcuni bambini che avevano le vertigini, io ero uno di quelli. Mi ricordo che il maestro mi esortava a vincere la paura del vuoto e a superare il senso di attrazione verso la terra per ammirare invece gli affreschi  dipinti all'interno della Cupola. Mi sorrideva e mi incoraggiava. Ho da tempo vinto la paura del vuoto sia emotivo che spaziale anche grazie al nostro Maestro Luciano Gori.

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