lunedì 15 settembre 2014

Ciao Amore Ciao Angelo

Il 15 di luglio avevamo festeggiato 35 anni di matrimonio.
Una vita intera vissuta insieme con alti e bassi ma intensa e indimenticabile.
Quindici giorni dopo, il 30, con un semplice ciao da parte tua e con il tuo sorriso, senza mettermi al corrente, hai intrapreso un lungo viaggio senza di me, senza coinvolgermi, senza ritorno. Hai messo le ali e sei andato via. Sei volato così in alto da non poterti raggiungere. Da quel momento tutto è crollato come un castello di sabbia portato via dal mare. Amore, nulla e nessuno potrà mai spezzare quel sottile filo che ci legava e ci univa. L’unica cosa che mi è rimasta di te è sapere che ovunque andrò, ovunque sarò, ovunque starò dal cielo azzurro mi proteggerai sempre. Tesoro mi manchi tanto, ricordi, per te ero la tua bionda anche se ora bionda non lo sono più per via di qualche capello bianco. Angelo non ti dimenticherò mai. Ciao Amore, la tua Lilly.

P.S. La tua immagine rimarrà finché vivrò dentro di me.


Lilly


Ciao Angelo

Sabato abbiamo dato l'addio a un carissimo amico che si chiamava Angelo.
Mi ha aiutato moltissimo, sia portandomi a casa che in tante altre piccole cose.
Inoltre anche in associazione aiutava molto.
Anche adesso mi sembra di averlo vicino.
Quando sono in associazione mi sembra di sentire la sua voce e divento triste.
Poi guardo Lilly e ritorno a sorridere senza farle intuire niente.
Ciao Angelo.

Meri




Sei andato via senza capire il perché lasciando un vuoto dentro me, un amico, una persona su cui contare, un punto di riferimento.
Sembra strana la vita ma è così. E pensare che qualche ora prima eravamo insieme in bicicletta parlando del più e del meno. Ad un tratto sei caduto a terra in quella pineta così bella ma così triste, muovendo le mani senza più lo sguardo nei tuoi occhi. E così sei andato via per sempre. Non posso pensare che non ti rivedrò più, ma il pensiero che tu dal cielo sia felice mi rende forte.
Addio carissimo amico. Addio Angelo.


Simona

lunedì 8 settembre 2014

PROGETTO MARE E COSTA 2014 Montioni 07-17 agosto

di Michele Cuchel


L’avventura di quest’anno ha avuto inizio quando sono stato incaricato di trovare persone della toscana, utenti della salute mentale, che fossero interessati a partecipare al progetto “mare e costa”, esistente già dal 2001.
Per quest’anno era offerta una vacanza presso la residenza di “Villa della Vigna” a Montioni, parco naturale sito vicino Venturina Terme e Piombino, in Toscana, dall’Associazione Mediterraneo ONLUS, di Livorno, per 2 turni di 5 giorni ciascuno. Invece offerta dall’Associazione Arci l’Alba di Pisa è stata la settimana dal 06 al 13 settembre, presso il loro stabilimento “Big Fish”, a Tirrenia. Tutto questo è stato reso possibile grazie ad un finanziamento della Regione Toscana, che appunto dal 2001 incoraggia questi tipi di esperienze, all’insegna dell’autonomia e dell’auto stima delle persone che sono in carico alla salute mentale toscana; il progetto prevede come condizione prima il fatto che non devono essere presenti operatori dei servizi e familiari degli utenti. Le giornate erano organizzate in condivisione, con l’ausilio di facilitatori sociali: un animatore, tre autisti, tre cuochi, tutti utenti o ex utenti psichiatrici. Io ero l’animatore.
Mi sono divertito molto e ho avuto parecchie soddisfazioni, sia personali che professionali.
Il punto essenziale da focalizzare in questo tipo di esperienza è il fatto che si rende possibile una condivisione forte tra persone affette da disturbo psichico, senza l’ausilio di operatori estranei a questi tipi di disturbo, oppure con l’aiuto spesso ingombrante dei familiari.
Per me, utente da quindici anni della salute mentale di Livorno, è importante testimoniare che purtroppo la malattia mentale è ancora soggetto di tanti pregiudizi, dettati semplicemente dall’ignoranza e dalla paura, perché vi assicuro che in dieci giorni, a Montioni, siamo stati circa quaranta persone e non ci sono mai stati reali problemi di nessun genere.
Il pregiudizio nasce dal timore che qualcosa vada storto. Lo stigma proviene anche da un passato prossimo, dove esistevano ancora i manicomi, dove le persone con disturbo mentale erano considerate incapaci ad adattarsi nella società e ritenute pericolose. Il concetto di pericolosità rimane come timore nelle persone, ma gli utenti della psichiatria spesse volte sono pericolosi solo per se stessi. Il manicomio è stato l’unico ricovero per duecento anni per i malati di mente.
Ma torniamo a Montioni, al 2014, a dieci giorni all’insegna dell’anti-manicomio: persone libere di circolare, di andare in giro e di fare una bella vacanza all’insegna del divertimento e del mare, che per tutti i giorni è stato protagonista delle nostre giornate.
A Montioni dormivamo e mangiavamo, durante il giorno siamo stati in spiagge meravigliose, in giro con la guida ambientale, in canoa, in bicicletta e l’ultimo giorno abbiamo fatto il resoconto insieme della vacanza e abbiamo cucinato e mangiato una pizza buonissima. La sera uscivamo per sagre, feste e passeggiate.
Quello che volevo lasciare come scritto, che spero in qualche modo valga a qualcosa, è che queste esperienze, come una vacanza organizzata e vissuta solo da utenti della psichiatria, sono solo un piccolo inizio, verso un modo diverso di guardare la diversità, per cancellare gli stigma e la discriminazione.

Visto da vicino nessuno è normale ( Franco Basaglia).

Fine del romanticismo

di Meri Taccini

Quel giorno ero molto felice perché uscivo con quello credevo fosse il mio fidanzato. Camminavamo. Ed arrivammo davanti ad un garage. Mi spinse dentro. Lì c'era un altro uomo. Mi afferrò e tutti e due mi tolsero i vestiti ed abusarono del mio corpo.
Quando ebbero finito mi dissero di non farmi passare per la mente di andarli a denunciare.
Devo dirvi, però, che questa brutta avventura resterà per sempre nella mia vita.

lunedì 11 agosto 2014

Periplo dell'Elba in kayak

di Claudio Iozzo



La squadra



Chi si trova per la prima volta davanti a Paolo Pini ha come l’impressione che quel gigante di quasi due metri sia sempre alla ricerca del giusto rapporto con le cose e con gli uomini intorno a lui. Nonostante la statura si muove con leggerezza e la voce dal tono basso è come arricchita da una nota infantile e melodiosa che la rende cortese e rassicurante. E’ lui il capo della spedizione. Accanto a lui c’è Carlo, lo scout, esperto di Kayak e grande conoscitore del territorio. Quando è in azione parla poco , ma osserva in continuazione. 
Paolo e Carlo formano una coppia efficiente. Quando c’è da decidere è raro che siano d’accordo, battibeccano a lungo, poi, quando prendono una decisione, l’azione li unisce e diventano tutt’uno. Ricordano un po’ Tex Willer e Kit Carson anche per il modo bonario con cui si sfottono di continuo. 
Salvatore è il cambusiere. E’ fondamentale per il gruppo, è colui che assicura alla spedizione acqua e alimenti, vale a dire il carburante per procedere. Si muove su un furgone e nei luoghi prestabiliti appare all’ora di pranzo o di cena. Deve conoscere non solo le strade dell’Elba, ma anche i sentieri scoscesi che dalle strade portano giù nelle insenature meno frequentate dove approdano i Kayak. Lo si riconosce già a tre, quattrocento metri dalla riva, saltellare tra gli scogli con l’agilità di un furetto, mentre si sbraccia e scuote la coda di cavallo a destra e sinistra.




 L’imbarcazione



Il Kayak sarà per cinque giorni, la nostra casa, il nostro mezzo di spostamento. Per cinque giorni il nostro universo ruoterà intono a questa canoa di fibra di vetro, lunga sei metri e venti e del peso di trenta chili. E’ dotata di due postazioni di seduta. Due govoni a tenuta stagna sono posizionati rispettivamente, uno davanti alla postazione anteriore e l’altro dietro quella posteriore. Al centro, tra i due sedili, vi è un pozzetto protetto da una calza elastica impermeabile. Govoni e pozzetto consentono di trasportare tutto quello che serve: zaini, tenda, sacchi a pelo, acqua e quant’altro. 
I kayaker stanno seduti nell’abitacolo su un comodo seggiolino e indossano la “gonna”, una maglia elastica e impermeabile, una estremità della quale aderisce saldamente alla vita, mentre l’altra viene assicurata con un bordo di gomma ad un alloggiamento che corre intorno alla apertura del vano. In questo modo l’interno dello scafo rimane isolato dall’esterno. E’ fondamentale perché spesso il Kayak entra nell’onda e l’acqua scivola via senza riempire lo scafo. Sulla coda è fissato un timone, manovrato con due appositi pedali dal Kayaker che sta dietro. E’ utile per cambiare direzione senza sacrificare la stabilità nell’andatura dell’imbarcazione.  



Topinetti



Il 21 luglio, dopo l’arrivo a Cavo, ci dirigiamo alla spiaggia di Topinetti dove inizierà il giro dell’isola. I preparativi richiedono un po’ di tempo. Vengono scaricati i Kayak dal carrello, poi Carlo e Paolo danno le istruzioni essenziali a coloro che sono alla prima esperienza. E’ uscito un bel sole, ma bisogna far presto perché le previsioni minacciano piogge. Anzi è sicuro che pioverà. 
Mettiamo i Kayak in mare e partiamo. Teniamo la costa alla nostra destra e procediamo verso sud. Fino a domani, quando arriverà una decima persona, saremo in nove con cinque Kayak e, dal momento che Carlo è solo, il suo kayak viene appesantito con materiale di trasporto per dargli stabilità.
Per questo motivo il gruppo procede lentamente.
C’è una discreta onda e un kayak si rovescia quasi subito. E’ un incidente senza importanza. Bisogna ancora prendere dimestichezza con la canoa. Scrutando continuamente il cielo e lottando contro l’onda, seguiamo la linea della costa rocciosa che procede diritta per sei miglia, poi, girato il promontorio di Capo d’Arco, presso Terranera, approdiamo alla spiaggia Reale dove ci accamperemo. 
Abbiamo il tempo per prendere possesso della spiaggia, fare un bagno, poi piazziamo le tende e accendiamo il fuoco per la cena. Ceniamo guardando il cielo con apprensione in attesa del temporale. Andiamo a dormire e ancora nulla. Poi, verso le due di notte, comincia a piovere con forza. Raffiche di pioggia ci investono 
mettendo a dura prova la stabilità delle tende, ma resistiamo. La pioggia dura a lungo, poi lentamente si attenua e, attraverso le tende, vediamo i bagliori e sentiamo gli echi di tuoni lontani. E’ il retrovia della bufera, un fronte di lampi e saette distante che si avvicina inesorabilmente. Passa furiosamente sopra le nostre teste come un transatlantico vicino ad un gozzetto, poi, finalmente, il fronte si allontana e abbiamo tempo per dormire un’oretta prima della sveglia. 





  Fonza 



22 luglio. Facciamo colazione con un cielo plumbeo ma le previsioni danno miglioramenti. Partiamo e prima di incontrare il sole, la coda del temporale ci regala uno scroscio di pioggia fitta. E’ come un battesimo. Un fatto inaspettato che ci rende euforici. Acquistiamo energia e determinazione mentre ci spingiamo con le pagaie in quella fitta giungla d’acqua piovana. Con la stessa rapidità con cui si è abbattuta su di noi, la pioggia cessa e il sole ci concede il suo tepore.
Ora possiamo navigare con tranquillità e goderci la costa.
In alcuni tratti i boschi fitti di pini mediterranei e di pini delle canarie, che arrivano fin quasi a lambire la riva del mare, danno al paesaggio un aspetto da lago alpino. Il paesaggio cambia in continuazione. Enormi superfici di roccia scoscesa, nude o ricoperte unicamente di licheni o fichi d’India, inaccessibili all’uomo, precipitano perpendicolarmente in mare da vertiginose altezze o declinano verso l’acqua più dolcemente, come chiglie di navi adagiate su un fianco. Scogli e faraglioni, abitati unicamente da gabbiani e da cormorani, si ergono dall’acqua come trofei di ere geologiche inconcepibilmente lontane.
Entriamo nella baia di Norsi dove una lunga spiaggia è al centro di un abbacinante anfiteatro di rocce calcaree. La spiaggia è un cimitero di tronchi di alberi e rami interamente erosi dal mare e resi incandescenti dalla salsedine e dal sole come scheletri di animali nel deserto. Rimaniamo a fare il bagno, giochiamo con un pallone trovato sulla spiaggia e pranziamo. 
Nel pomeriggio riprendiamo il viaggio. Con tre ore di navigazione entriamo nella baia di Marina di Campo e ci dirigiamo sulla destra verso la spiaggia di Fonza. Dobbiamo lottare con un vento di ponente che si è alzato forte e teso. Siamo sotto costa, al riparo dall’onda, ma il vento, che ci investe di prua, arresta quasi la nostra avanzata costringendoci ad uno sforzo terribile mentre risaliamo lentamente le brevi creste d’onda che ci corrono incontro infuocate dal sole del tramonto.
Piazziamo le tende, dopo di ché buona parte dei membri del gruppo, con espressione del viso trasognata e nostalgica, si avventura in un’esplorazione clandestina degli anfratti e degli angoli più lontani della scogliera di lato alla spiaggia. 
Dopo cena rimaniamo un po’ accanto al fuoco a parlare. Il fuoco ci fa compagnia con 
i suoi crepitii e scoppiettii e con il gioco di luci e di ombre con cui segna il profilo mobile delle cose. Poi lentamente qualcuno si alza per andare a dormire. Dobbiamo recuperare il sonno perso la notte precedente. Siamo esausti.  






La Concordia! La Concordia! 



L’indomani, 23 luglio, ci aspetta una tappa di riposo. Non percorreremo 17 miglia come il giorno precedente, ma 6 soltanto. Si tratta praticamente di una tappa di trasferimento in vista di quella dell’indomani che ci costringerà a girare il lato ovest dell’isola, un lungo tratto continuo di costa impervia, senza soste intermedie, visto che non ci sono approdi agevoli per i Kayak. Ci attardiamo nelle golette, sulle spiagge, 
visitiamo la grotta azzurra. Ci fermiamo per pranzo su una spiaggia relativamente affollata. Fa caldo, le meduse non ci consentono di stare a lungo nell’acqua. 
Riusciamo alla bell’e meglio a piazzare un tendone fissandolo ad appoggi precari improvvisati, per darci un po’ d’ombra. Pranziamo e ci attardiamo sulla spiaggia, chi prendendo una bibita alla baracchina, chi leggendo all’ombra del tendone o sotto un albero. Poi snervati dal caldo decidiamo di partire. Abbiamo un paio d’ore di navigazione per raggiungere le tombe dove metteremo le tende. Passata l’appendice di Fetovaia, arriviamo alle tombe e decidiamo di approdare su una spiaggia estremamente piacevole nascosta nell’insenatura di una baia rocciosa. L’unico inconveniente è che Salvatore non può scendere da solo per portarci la cena. Così dobbiamo fare un po' di trekking su per il sentiero che si inerpica sul promontorio. Ci occorrono circa venti minuti per portarci a trecento metri d’altezza dove passa la strada. Siamo stanchi ma il panorama che si gode dalla cima è spettacolare. Lo sguardo spazia sulla linea curva dell’orizzonte che si staglia tra l’azzurro grigio del mare e il cielo rosa al tramonto. Si distinguono nitidamente l’isola di Montecristo e Pianosa. Tornati sulla spiaggia ceniamo e ci attardiamo attorno al fuoco. Mentre a poco a poco ci ritiriamo nelle tende qualcuno indica l’orizzonte: - La 
Concordia! Laggiù, non proprio a sinistra, quella deve essere la costa... un po’ più a destra non può essere Montecristo... e poi mi sembra si muova..
- Sì, sì.. è vero la vedo anch’io”
E’ tutta una bordata di salve di avvistamenti. 
Poi, il mattino seguente qualcuno dirà di essersi alzato di notte, ai primi albori, e che quella che pensavamo essere la Concordia era Montecristo, però la Concordia c’era davvero...un po’ più a destra... 



  

 Il naufragio



24 luglio. Oggi dobbiamo girare intorno all’estremità occidentale dell’isola, un ampio emiciclo di alta scogliera a picco sul mare, un bastione impervio e inaccessibile che si snoda ininterrottamente privo di calette o di approdi agevoli per le imbarcazioni. Non sono previste soste intermedie, dunque, e, in caso di difficoltà, non potremo che andare avanti o tornare indietro. 
Incominciamo la navigazione fronteggiando il vento di ponente e un metro d’onda che, ci investe di prua, poi passata Punta Nera prendiamo il mare di traverso. La navigazione è difficoltosa, comunque, procediamo anche se lentamente. Appena più avanti, dopo Punta Polveraia, ci accorgiamo che il Kayak di Carlo si allontana dalla costa. Manovra la prua sull’onda per non prenderla di traverso per poi scartare di poppa e riportarsi verso la costa. E’ una manovra a zig zag estremamente dispendiosa e lenta. La cosa comincia a non piacere. I Kayak che navigano distanziati di un centinaio di metri avvertono la difficoltà, rallentano l’andatura e cominciano a fare manovra per tornare indietro. Paolo si accosta. La situazione si fa concitata. 
Carlo è perentorio. Stiamo imbarcando acqua. Ci rovesceremo. E’ solo questione di momenti. 
Passano pochi minuti e vediamo la pancia bianca del kayak “sbuzzare” verso l’alto. I nostri kayak si dirigono velocemente verso quello di Carlo. Paolo è già li affiancato al Kayak rovesciato. Ci uniamo a lui fianco a fianco. Con la forza della braccia cerchiamo di opporci al movimento dell’onda e fare in modo che tutte e quattro le imbarcazioni formino come un’unica “zattera”. Dobbiamo bilanciare lo sforzo di Paolo che sta cercando di svuotare il Kayak di Carlo riportandolo a pancia sotto. In meno di un minuto Paolo compie la manovra. C’è rimasta solo un po’ d’acqua. Carlo rimonta subito. Il suo compagno di viaggio, anche lui di nome Paolo, un gigante di un metro e novanta e di 110 chili di peso, deve fare appello a tutta la forza che ha nelle braccia ma alla fine risale. 
Tiriamo un sospiro di sollievo, pensiamo di avercela fatta, ma dopo pochi minuti Carlo si accorge di imbarcare ancora acqua. Il suo Kayak è troppo pesante e l’onda alta ci prende proprio nel fianco. Dopo dieci minuti si rovescia di nuovo.
Di nuovo gli siamo tutti intorno. Questa volta però viene deciso diversamente. 
Si svuota nuovamente il Kayak ma solo Carlo salirà, e pagaierà, trainato da Paolo fino alla spiaggia di S. Andrea che si nasconde dietro una sporgenza della costa a meno di cinquecento metri davanti a noi. Alle altre imbarcazioni spetterà il compito di trainare “il naufrago” fino alla baia. In pochi minuti i due Kayak sono già fuori della nostra visuale mentre noi ci attardiamo con gran fatica a trainare Paolo per poche decine di metri. Alla fine è Paolo stesso che chiede una sosta. Tenersi contemporaneamente alla cima di una fune e alla chiglia di una barca lo stanca, tanto più che è costantemente sovrastato dall’onda. Preferisce reggersi con due mani ad una sola imbarcazione. Capiamo che sta per perdersi di coraggio e cerchiamo di infondergli fiducia mentre continuiamo a procedere a gran rilento. Cerchiamo soprattutto di mantenere il contatto parlando. Dopo cinque minuti vediamo un gommone arrivare a gran velocità. E’ Carlo che ci viene a prendere con un bagnino della baia. Arrivati nella baia possiamo rilassarci. E’ una bella spiaggia attrezzata con tutti i comfort. Docce, bagni, e bar dove possiamo prendere un gelato o un caffè dopo pranzo. 
Nel pomeriggio partiamo alla volta della Biodola. Il kayak di Carlo ora è a posto. E’ stato alleggerito notevolmente distribuendo l’eccesso di carico tra le varie imbarcazioni. Inoltre questa volta l’onda ci spinge quasi di poppa. La nostra andatura sale e riusciamo addirittura a divertirci surfando sulle onde. Per la notte ci accampiamo su una piccola spiaggia in fondo ad una profonda insenatura dove alcuni natanti stazionano in rada. 





  San Giovanni



24 luglio. Ultima tappa, che ci porterà a San Giovanni. Arriveremo a poche miglia dal periplo completo. Sarebbero bastate soltanto tre ore in più., ma la partenza della nave per il ritorno è fissato alle 16,25 e non abbiamo tempo. Sarà per il prossimo anno. Il viaggio di oggi è breve e le condizioni del mare sono perfette. Possiamo dunque rilassarci, un po’ come un’ultima tappa del Tour de France in cui la maglia gialla passeggia accanto ai suoi diretti avversari ridendo e scherzando. 
Procediamo sotto costa gettando qualche occhiata indiscreta nelle ville e villette che tra gli alberi e le piante si sporgono sul mare. Indugiamo nello specchio lacustre della baia dell’Enfola poi aggiriamo la piccola penisola e costeggiamo la riva. 
Attraversiamo l’apertura risicata di un faraglione, passiamo la bianca scogliera di Sottobomba, di Capobianco e delle Ghiaie. Passiamo sotto l’austero parapetto che delimita il giardino della casa di Napoleone sul promontorio di lato alla baia di Portoferraio. San Giovanni è situato dall’altra parte della baia, dunque dovremo attraversarla di gran carriera, facendo attenzione ai traghetti che ogni dieci minuti entrano ed escono incrociando la nostra traiettoria. Siamo tutti vicini come sulla linea di partenza di una gara. Lasciamo passare una nave della Toremar che entra, poi sul lato destro vediamo uscire una Bluenavy. Paolo dà il via. Cominciamo a vogare portando il ritmo al massimo delle nostre possibilità. Come dei pirati all’arrembaggio, puntiamo direttamente sul fianco della nave che a più di cento metri incrocia il nostro percorso. Per quanto andiamo veloce, non riusciremo a percorrere metà della distanza prima che la nave sia già fuori della nostra portata. Sfilata la nave attraversiamo la scia improvvisando un festoso rodeo sulle onde e sui piccoli mulinelli che si liberano nel solco di schiuma tracciato dalla nave. Il clima è quello di ha compiuto un’impresa. Chi canta, chi lancia grida festose. Poi ci lasciamo portare dall’abbrivio per il nostro ultimo approdo a San Giovanni. 
Scarichiamo i Kayak e li montiamo sul carrello del furgone che ci porterà al porto di Cavo. Dopo una rassettata ci concediamo un lusso che ci siamo negati per cinque giorni : mangiare con le gambe sotto un tavolino. A duecento metri c’è un piccolo ristorante. La cucina è buona e i prezzi sono contenuti. 
Il nostro appetito non è proprio quello di un naufrago ma la tavola imbandita e la varietà del cibo hanno la meglio sulla disciplina austera che ci siamo imposti in questi cinque giorni. Così diamo il via: riso nero, acciughe alla marinara, sardine fritte, totani alla brace...



lunedì 28 luglio 2014

A te dedico queste parole da poco (frammento 2)

di Stefano Scotti


Cantare ciò che mi passa per la testa sarà quello che farò, ammazzando così la noia di pomeriggi vuoti.

Ora prima di coricarmi nuovamente su di un letto che non è il mio in compagnia di una bella ragazza magari, conosciuta poco fa e trascinata, con qualche scusa fino dentro casa.

E via, via, via ….parole vane… che scivolano piene dalle chitarre….e se ne vanno e vivono non resta niente , un suono che si sente e poi scompare.

Ma scherzi a parte , la vita è fatta per essere vissuta e niente e nessuno potrà mai negarcelo.

Detto un paio di “cazzate” torniamo alla ragione…
Può sembrare strano ma, il pensiero ritorna alla pazzesca giornata trascorsa ieri…. dal mio risveglio, il cielo sembrava velato ma sapevo che con il passare delle ore si sarebbe schiarito, mio padre è passato dopo la solita telefonata.
Dopo i saluti a casa mi sono incamminato verso la piazza del paese dove sono nato, per prendere un caffè.
Si erano fatte le dieci, e ho chiamato Sergio, mio carissimo amico da un decennio a questa parte; prima perso di vista, poi rincontrato sul cantiere di lavoro.
Dopo averlo incontrato dietro il bancone del “Pik Bar”  siamo arrivati fino allo stadio, per acquistare il biglietto della partita, fatto questo, ci siamo incamminati verso la sala corse per scommettere su qualche risultato della sera.
Lo stomaco gorgogliava, così ho di nuovo timbrato il biglietto per il ritorno, salendo nuovamente sul mezzo pubblico, per il ritorno.
Per pranzo mamma aveva preparato un buonissimo cacciucco.
Pensando al mezzo di trasporto che ancora non ho, mi sono rimesso in cammino verso la spiaggia.
Arrivato al mitico “bagno” degli amici un pezzetto di costa preso in affitto con non pochi sacrifici, dove ogni giorno,” si fanno il mazzo” affittando sdraie e ombrelloni.
Lì ho trascorso quattro o cinque ore con la compagnia degli amici più cari che si ritrovano dopo una settimana lavorativa.
Daniela aveva vinto, la sera prima al Bingo, la bellezza di 500.000 mila lire, ho anche incontrato Giulia viziata borsista di un corso di informatica tenuto nell’ ufficio dove lavoro. La giovane mi ha anche dato uno strappo a casa, dove dopo la doccia avere ascoltato quei vecchi dischi in cui mi immedesimavo, e riconoscevo, mi sono recato all’ atteso incontro di calcio.
Il Livorno c’era, in mezzo al campo e sugli spalti la facevamo da padrona, la partita l’abbiamo fatto noi dopo essere stati superati nel primo tempo dall’unico tiro in porta del Cagliari.
Abbiamo agguantato il pareggio trasformando un rigore e dopo alcuni minuti ci siamo ripetuti “Gonfiando” la rete, su azione personale del “capitano” Protti .
“Il capo degli ultrà” si è messo in evidenza colpendo anche un legno della porta difesa dal portiere Sardo.
La partita non era ancora finita, ma mi sentivo appagato, distrutto dalla fatica, ma soddisfatto dalla magnifica giornata appena trascorsa, ho chiamato casa per farmi accompagnare fino alla comunità e dopo aver preso l’ultimo caffè mi sono diretto all’appuntamento che avevo per il rientro.

Ed eccoci di nuovo a lavora, finalmente è Venerdì ma i miei, che non vedo da una settimana non verranno al ricevimento.
Chiuso in camera, dopo aver mangiato, giro lentamente lo sguardo scorgendo la finestra, le tapparelle sono socchiuse, mi alzo dalla scomoda sedia e le spalanco scorgendo i parenti dei ragazzi entrare da quel odioso portino che negli altri giorni resta sempre chiuso.
Eppure un giorno, quando, tuta questa brutta vicenda avrà un lieto epilogo me ne andrò a curiosare per le strade d’Europa con la voglia di vedere e vivere tante vite.
Parole sono solo parole e quante mai ne ho raccontate e quante ancora lette e poi sentite, a raffica trasmesse a mano tesa sussurrate, sputate a tanti giri riverite, adatte alla mattina messe in abito da sera, all’osteria citabili, a Cortina e o a Marghera.

Con gioia di parole ci riempiamo le mascelle in aria le facciamo rimbalzare e se le cento usate sono in fondo sempre quelle, no è importante poi comunicare.

lunedì 14 luglio 2014

A te dedico queste parole da poco (frammento 1)

di Stefano Scotti


Dedico questo mio racconto a chi ha creduto in me


“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore ai sentimenti .
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta la musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore al semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”
                                                                PABLO NERUDA 


Che pazzo che sono, mi sono messo in testa di scrivere, raccontare quello che accade riscrivendolo, osservando le vicende, “ la vita che scivola via” e potendone cogliere l’attimo che sfugge e potendolo esprimere con i miei occhi.
Intanto metto la puntina sul disco, è un vecchio 33 giri e sentendo la dolce melodia mi viene da buttare giù "questo non so cosa" con quello che mi passa per la mente pensando alla vita incasinata che uno ha! Parlando in prima persona posso parlare di storie, dei casini, e dei piccoli  e grandi orizzonti che si aprono “portando in porto" qualcosa. Le piccole gioie che incontro ogni giorno ricevendo anche critiche, si sa così va il mondo,  sentendo dentro la gravità della malattia di nonna e i mille problemi via via che passa il tempo. Soltanto ieri stavo per essere ricoverato. Oggi ho trascorso un'eccellente giornata. Brutte notizie da nonna che mi ha telefonato all’ora di pranzo dicendomi che qualcosa è sfuggito all’operazione che ha subito non meno di quindici giorni fa e che dovrà fare delle applicazioni.
Questo è grave visto che le sono molto legato e mi spiace che non abbia superato il male anche all’ennesimo acciacco. Lunedì arriverà a Livorno.
Ma vivendo ogni giorno una vita diretta e cercandola di riempire con le varie “Stronzate” che formano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni che lentamente ti scivolano addosso, mi torna strano pensare ad una vita come vorrei che fosse.
Chissà come fanno i marinai, quelli che una vita ce l’anno ma non possono vivere.
Io fortunatamente la posso “spremere fino all’ultima goccia”, nei limiti e nelle regole certo, ma ho imparato a vivere di poche cose, in un cammino intrapreso tre anni fa perché stava ormai giungendo al termine con non pochi sforzi. Soltanto ieri ho aggredito la cara Paola, la Psicologa che dopo l’ultima sfuriata mi voleva ricoverare, giustamente o no,  facendo fede all’accordo stipulato durante il mio ultimo ricovero, dicendo che con il mio atteggiamento turbavo i ragazzi, ma non pensavo di avere torto.
Non esistono solo magagne! Ho assistito nella prima giornata di coppa Italia  all'incontro di calcio Livorno- Cagliari e devo dire che l’entusiasmo e la carica erano a mille! sia per il bel gioco del Livorno, squadra della nostra Città che seguo da quando ci ha regalato Domeniche importanti come la stagione che l'ha vista capolista dalla prima all’ultima giornata, trascinandomi di settimana in settimana allo stadio .
Novità ce ne sono state, la campagna acquisti ha visto il rinnovo del contratto del “capo degli ultras", il capitano Igor Protti, che ieri sera ha segnato prima su rigore poi,  dopo pochi minuti su azione personale.
Purtroppo il nostro allenatore non c’è più, il posto di Osvaldo Iaconi che dopo un litigio con un dirigente della società, ha fatto le valigie, è stato occupato dal non meno blasonato Donadoni .
Il Livorno di Protti ci ha regalato la prima vera gioia di un campionato che non si presenta per niente facile e nel quale ci sarà da  SOFFRIRE.
Questa è stata la cornice di una Domenica passata con il "Sole in faccia" lontano da quelle cartelle che, tre volte al dì, vengono scritte in base al mio comportamento.
Una Domenica come tante, trascorsa“ inseguendo ciò che ero”.
Stamani mi sono svegliato ancora euforico per la giornata festiva conclusa, erano le nove, sono stato chiamato prima da Paola e poi da Emilia per preparare la colazione.
I biscotti erano finiti e il latte scarseggiava, dopo aver apparecchiato con gli avanzi del giorno prima mi sono recato a lavoro.
Raggiunto l’ufficio per l’educazione alla salute dove da aprile sono stato assunto come tirocinante, ho pensato bene, visto che non avevo niente altro da fare, di buttare giù una bozza con quel poco che so fare al computer, delle cartelline per le fotografie che scatterò, tempo permettendo, al mitico “Bagno schiuma” spiaggetta balneare, frequentata dai vecchi amici, dove non manca mai di fare qualche incontro interessante.
Così sognando dietro uno schermo ho trascorso le ore di lavoro….. se di lavoro si può parlare, visto che sbrigati i pochi impegni che questo mi procura posso fare ciò che voglio.
Consegnate le foto per la stampa e dopo aver acquistato un po’ di materiale, ho pranzato.
Del malumore e dei pensieri che solo ieri assillavano la mia mente non resta che un vago ricordo.

Prendo una modella, e gli faccio una serie di scatti…., una ragazza incontrata per caso, oggi l’oroscopo sul Tirreno dice di non smettere di lottare! Non smetterò! 

Così si fa sera e poi notte, e poi di nuovo mattina… chi ci impedisce di sognare?

C'è qualcosa che non va

di Michele

Mi chiamo Michele e sono utente da molti anni dei servizi di salute mentale di Livorno. Ho partecipato alla redazione di questo documento complesso per evidenziare quanto male possa fare l'assenza di una rete sociale, quanti danni si potrebbero evitare se questa rete ci fosse o funzionasse meglio.
Io cercherò di dare la mia testimonianza da utente e da persona che ha riflettuto sul sistema delle cose in psichiatria. Cercherò quindi di non criticare o sentenziare complimenti, bensì tento di dare testimonianza, per offrire spunti di riflessione.
Partirei ringraziando Franco Basaglia e tutte quelle persone che con lui hanno contribuito a far approvare una legge nel 1978, che stabilì la chiusura dei manicomi, perché vedete io ho sofferto e subito tanto a causa della mia malattia psichica, ma penso che i malati prima di me che soffrivano prima della riforma e finivano nei manicomi, avrebbero sofferto molto di più. Io ho potuto lottare contro medici ed infermieri nell'acuzie del disturbo, ma passato il momento critico ho potuto pure vivere momenti felici, fuori in libertà.
Questa premessa era necessaria, per mettere in evidenza una caratteristica fondamentale del nostro sistema italiano di salute mentale a dispetto del resto del mondo, dove esistono ancora gli ospedali psichiatrici,
Lungi dal dire che vada già tutto bene, però posso testimoniare che la volontà di fare sempre meglio c'è, è palpabile, l'idea del cambiamento, nel seno di una psichiatria democratica, si respira in questo tempo post basagliano. I punti critici del sistema sono a mio avviso i trattamenti o gli accertamenti sanitari obbligatori: cioè obbligare con la forza ad entrare in reparto di psichiatria, accompagnato dalle forze dell'ordine. Io ho vissuto personalmente 6 trattamenti sanitari obbligatori e vi assicuro che sono situazioni tremende: cicatrici, infarti dell'anima. So bene, ripeto per esperienza personale, che a volte alcune persone si trovano in stadi della mente che non hanno più lucidità e questa situazione spaventa le altre persone, capisco la preoccupazione e la necessità di aiutare, ma so per certo che i trattamenti sanitari obbligatori non sono la soluzione! Ma non so neanche offrire soluzioni alternative, forse Franco Basaglia se non fosse scomparso così prematuramente, avrebbe trovato soluzioni sempre migliori, intanto restiamo noi a sperare in lidi sempre migliori dove atterrare quando la mente vola senza accorgersene.