mercoledì 20 novembre 2019

Essere Utente Esperto

Sono Noemi Mariani, e sono un Utente Esperto. Per far comprendere al meglio di cosa mi occupo parlerò della ma formazione che all'oggi mi ha portato ad esserlo.
L'inizio del mio percorso, ancora non chiamato Recovery, è avvenuto con l'Associazione Mediterraneo e una ricerca, basata su interviste anonime, che da anni viene svolta all'interno del reparto di psichiatria di Livorno. In quella lontana ma viva opportunità in situazione di degenza, mi si chiedeva di esplicitare liberamente il mio pensiero su quello che stavo in quel momento vivendo, cioè di poter parlare senza timori, paure di giudizio o di limiti di espressioni, come vivevo il mio eterno momento tra rabbia e silenzio in quel luogo.
In quel momento mi sentii immersa fra le onde sonore dell'ascolto.
La ricerca consiste nell'espressione del parare valutativo dell'utente, ricoverato, basato sulla sua esperienza che sta in quel momento vivendo, analizzando alcuni precisi concetti richiesti dalla stessa ricerca, al fine di comprendere al meglio la vivibilità, l'utilità e la risposta di bisogno al proprio malessere da parte del servizio di Salute Mentale.
Capii in seguito che ci mi prestava ascolto in quel momento difficile erano e sono tutt'ora, poiché questa tipologia di ricerca è tutt'oggi in atto, Utenti Esperti e, da quella esperienza, compresi pienamente la valenza dell'ascolto. Mi accostai sempre più alla Mediterraneo e ai suoi principi, di conseguenza maturava in me la fonte di crescita che mi avrebbe accompagnato e che mi accompagna tutt'oggi, verso il reciproco confronto che possiamo darci fra utente e utente, fra persone e persone portatrici di mondi feriti e mondi rinati. Le persone sono state la mia prima formazione, le loro storie, le loro emozioni oscure, i pensieri oltre la gioia e l'equilibrio di un giorno dopo l'altro... tutto sotto un forte calore empatico.
Ascoltando si impara ad ascoltarsi.
Un viaggio di crescita che mi allontanò da un mondo di forte carenza di reti sociali se non quelle legate alla salute mentale, una forte stigmatizzazione che incalzava dall'esterno e un forte senso di stigmatizzazione interno di inaccettazione mi trascinava in un isolamento incompreso, un isolamento malato.
Il mio miglioramento è avvenuto con gli anni, così il mio incremento di formazione in salute mentale; i viaggi basati sulla ricerca e il confronto tra culture differenti e i modi di intervenire e di pensare al concerto di guarigione in maniere e modalità diverse, hanno inciso fortemente sul mio grado di competenze.
L'esperienza norvegese, costruita negli anni, non è stata solo formazione personale ai fini di acquisizione di competenze, ho conosciuto persone che adesso sono degli amici, ho ascoltato storie diverse dalla mia realtà, ho visto pratiche all'approccio della Recovery che vorrei vedere qui in Italia e pratiche di servizio che la Norvegia prende dall'Italia. Tutto ciò mi ha fatto ricredere sulle possibilità che cambiare è possibile e che il cambiamento non è sempre detto che sia regresso.
Ho fatto di tute queste esperienze di vita e realtà il tesoro della mia formazione d'esperienza, ed oggi so come esprimerla portandola a divenire mezzo di supporto, e quindi comprenderla al meglio per poter avvicinarmi il più possibile alla comprensione d'animo che una persona davanti a me manifesta.
Ho fatto della mia vita il mio lavoro.
Attualmente sono dipendente di una cooperativa B "Cooperativa Cuore Liburnia" all'interno dell'Associazione Mediterraneo che si suddivide principalmente in due aree in cui si svolgono il ruolo di tutor: area "Proviamoci" dedicata principalmente a progetti di inclusione sociale e gestione del tempo libero, e l'area "Recovery".
L'area Recovery fa parte dell'associazione da qualche anno ed io, da tutor, gestisco insieme agli utenti che decidono di intraprendere questo percorso, i corsi di Reovery. Questo ruolo si è definito negli anni attraverso la padronanza di competenze quali: il sostegno attraverso un ascolto attivo e reciproco, cioè chi parla deve sentirsi ascoltato chi ascolta fa propria l'esperienza dell'altro, un ruolo che mi impegna nel confronto tra colleghi: psicologi, educatori, infermieri e medici, un ruolo che mi impegna nella parte più tecnica: gestione degli orari dei tirocinanti presenti in Recovery o la gestione del tempo libero come proiettare un film mangiando una crostata fatta dai tirocinanti, le riunioni settimanali di équipe per scambi reciproci di informazioni, sottolinenando che è uno scambio di informazioni viste ed analizzate sotto vari punti di vista, in quanto varie sono le provenienze di competenze all'interno (infermieri, psicologo, sociologo, tecnico della riabilitazione psichiatrica e utente esperto).
Sono cresciuta molto con la Mediterraneo e anche la Mediterraneo cresce e sta crescendo, un corso che si sta sviluppando è il corso di Biblioteca; da molti anni gestiamo il prestito di libri come servizio per i degenti all'interno del presidio ospedaliero di Livorno, grazie alla donazione della biblioteca clinica da parte del Dott. Mario Serrano e la collaborazione di un famigliare volontario bibliotecario, è stato possibile entrare ed essere riconosciuti come biblioteca nelle biblioteche nazionali d?Italia e far nascere, con prestigio, una sezione a parte dedicata al "Fondo Serrano" oltre alla gestione del servizio di prestito.
Con il mio percorso è nata la mia ripresa. Una ripresa che sfocia nell'arte del volontariato.
Ho sempre amato il mare, precisamene stare in mezzo al mare, forse perché mio padre mi ci ha cresciuta, ed ho scoperto la vela grazie a Paolo e i ragazzi di molte associazioni diverse che intraprendevano viaggi in barca a vela alla scoperta di un esperienza tra riflessioni e coraggio; ho conosciuto molte persone che adesso sono dei miei grandi amici, il clima di complicità che si fonde nello sito di sopravvivenza è unico all'interno della barca, le onde del mare che si infrangono sullo scafo di note accompagnato dal suono delle drizze contro l'albero, e nient'altro. E' la mia forma di libertà, libertà svolta nel mio tempo libero e che dedico a questi progetti. Il mare, la riflessione, il vento e la complicità mi hanno portato a coltivare una passione, scoperta con degli amici e che adesso coltivo anche in privato. Ho conseguito la patente nautica per possedere maggior competenze e sicurezza in mare e per dare uno sfogo a questa passione.
Questa è una piccola parte che raccoglie molto e purtroppo non riesco a dire tutto, concludendo, la mia formazione è stata la mia Recovery, e tutt'ora prosegue. La mia continua ricerca di stabilità è la forza della mia ripresa, poiché provo ancora malessere, una parte di me ancora sanguina ed è viva a volte dilaniante, trovandomi a lottare con mostri che ancora dominano parte del io vivere, quindi calzo il ruolo da Utente Esperto rimanendo anche utente, sono una persona che ascolta ma che ha ancora bisogno di essere ascoltata, che si muove verso il suo concetto di stabilità e di guarigione.
L'empatia, l'ascolto e la presa di coscienza adoperando come mezzo il confronto sono le basi legate alla speranza di totale padronanza del mio equilibrio, del mio raggiungimento di benessere e del mio essere Utente Esperto.

Dal mio "Silenzio Malato" all'esperienza di Presidente dell'Associazione Mediterraneo

Mi chiamo Meri, ho 63 anni, abito a Livorno e sono con orgoglio il presidente dell'associazione Mediterraneo. Mediterraneo è un'associazione che mette al centro le persone che soffrono o hanno sofferto di un disagio mentale. I parenti delle persone sofferenti interessati a fare del volontariato si associano ad un'altra associazione sempre presente a Livorno, A.FO.FA.SAM.
Siamo convinti che il punto di vista di chi è portatore di disagio o di chi pensa di poterlo diventare sia diverso dal punto di vista dei famigliari che comunque stimiamo e comprendiamo. Chi è portatore di un disagio spesso ha difficoltà ad esprimersi e, quando ci riesce, ha difficoltà a farsi ascoltare e spesso ad essere creduto.
Chi è portatore di un disagio è direttamente interessato a riprendersi la propria vita in mano.

La mia sofferenza inizia nel 1973, avevo 17 anni. Ho subito un grave abuso da parte di un conoscente. Avevo paura di chiedere aiuto, non lo denunciai, non dissi niente a nessuno. Continuai a fare la mia vita in famiglia e a lavoro ma dentro di me cresceva una grande rabbia. La rabbia contro quell'uomo che spesso mi ricapitava di vedere e la rabbia verso me stessa che non riuscivo a tirare fuori quello che avevo dentro.  Avevo paura di parlare, avevo paura di passare per quella che aveva torto o che aveva provocato quell'uomo più grande di me. Mio padre era severo, in famiglia non era facile parlare. Dopo circa un mese tentai per la prima volta il suicidio. Mi procurai dell'optalidon e mi nascosi nel magazzino dove lavoravo, per avvelenarmi. Mi hanno trovato per puro caso, sono stata 48 ore in coma. Al mio risveglio trovai i medici e i famigliari. Tutti erano molto preoccupati ma nessuno mi chiese perché avevo tentato di uccidermi. ripresi la mia vita ma con essa anche la rabbia che continuava a crescere in me. Non riuscivo a parlare con nessuno di quello che mi era successo.
Solo dopo molti anni, ormai adulta, riuscii a confidarmi con mia madre e mia sorella. Fu molto importante per me: avevo qualcuno con cui condividere il mio segreto e anche la mia rabbia. Mia madre e mia sorella, però, non erano forti. Potevano solo accogliere i miei silenzi e la mia infelicità. Non riuscivo a farmi molti amici e nemmeno ad instaurare una relazione sentimentale. Comunque, soffrendo, andavo avanti col mio lavoro umile e vivendo insieme ai miei.
Il mio dolore mentale è stato insopportabile per la seconda volta quando morì mia madre, la mia confidente. Mi sentivo molto sola e tentai nuovamente il suicidio nel 1997. Ho conosciuto la psichiatria dura, sono stata legata al letto e ancora peggio ho vissuto sulla mia pelle l'esperienza si non essere creduta per quello che dicevo. Dal 1997 sono diventata a tutti gli effetti malata, una paziente psichiatrica. Per lenire la mia rabbia, oltre gli psicofarmaci, iniziai ad usare alcol. Mi ricordo i primi gruppi di auto aiuto, la vicinanza degli altri e la pressoché totale perdita di controllo della mia vita. Spesso cercavo di farmi male e spesso finivo ricoverata in reparto.
Era difficile aiutarmi, non trovavo la strada della guarigione. Dovevo essere gestita nel lungo periodo e mi ricoverarono in una struttura residenziale gestita dalle suore. Non ero e non sono credente. Con le suore di Quercianella (una frazione di Livorno) ho passato 8 anni della mia vita. Non avevo alternative perché non ero in grado di vivere da sola ma nemmeno potevo appoggiarmi alla mia famiglia.
La vita è ritornata mia quando mio fratello più piccolo è stato in grado di trovarmi una soluzione abitativa alternativa. Facevo la badante alla sua suocera. Questo impegno è stata la mia nuova partenza. Grazie alla rinnovata energia ricercai l'Associazione Mediterraneo che nel frattempo era molto cresciuta da quei primi gruppi di auto aiuto a cui avevo partecipato alla fine degli anni '90.
Prima nei mesi e poi negli anni l'associazione è diventata il luogo dove mi sono sentita riconosciuta come persona, dove sono stata ascoltata e dove ho auto modo di essere di aiuto a tante altre persone che come me hanno difficoltà a parlare e a condividere le loro storie.
Ho capito sulla mia pelle che il silenzio crea sofferenza, ho capito che la grande sofferenza può trasformarsi in malattia, ho capito che tutti i malati di mente corrono il rischio di non guarire mai e di non essere creduti. A Mediterraneo tutte le persone vengono ascoltate e trattate come adulti. Non si giudica e non si interpreta. Spesso capita che alcune persone riescano a trovare le parole giuste per raccontare la loro esperienza ed imparare ad ascoltare le storie degli altri. Scambiare le sofferenze è utile per riprendere il controllo delle nostre vite ma quasi sempre gioiamo del piacere di passare tempo insieme facendo cose belle per noi e per chi con noi è disposto a partecipare ad un pezzo del nostro viaggio.

Meri Taccini

mercoledì 30 ottobre 2019

Meditare per riprendere possesso del proprio corpo

Intervista a Claudio Iozzo, volontario dell'Associazione Mediterraneo, il quale ha proposto alla stessa un percorso di meditazione camminata, in modo da introdurre il concetto di Mindfulness.

I: Cominciamo a definire la meditazione. Che cos'è la meditazione?

C: Quando si parla di meditazione subito si pensa ad una profonda attività mentale, ad un intenso lavorio della mente. La meditazione in realtà è l'esatto opposto, significa sospendere l'attività della mente ed entrare in una dimensione di "non-pensiero".

I: E' dunque come un annullamento?

C: Più una sospensione, un momentaneo staccarsi da quel lavorio, da quelle voci che tutti noi sentiamo. Quando chiudiamo gli occhi veniamo assaliti da immagini, voci e il nostro atteggiamento reattivo è quello di parlarci. La difficoltà di chi inizia a meditare è quella di dover ascoltarle e scacciarle via, oppure accoglierle senza intavolare un dialogo con esse. Il meditante sa percepire queste voci remote, togliendo il "sonoro" fino a quando non si allontanano, creando una sospensione dell'attività della mente.

I: Dopo quanto tempo la meditazione crea dei benefici?

C: Una premessa: la meditazione che facciamo qui non è una vera e propria meditazione come quella che viene fatta dai monaci buddisti. Abbiamo deciso di fare un'attività più leggera che prendesse alcuni elementi propri della meditazione, senza andare in profondità, per non rischiare di smuovere contenuti emotivi fastidiosi per molti di noi. Comunque, per tornare alla tua domanda, nella pratica meditativa gli effetti non si sentono subito e dipendo dal grado di motivazione che ha la persona.

I: Come tutte le pratiche anche questa è legata al tempo. Questa meditazione o altri tipi di meditazione possono determinare miglioramenti o peggioramenti in soggetti interiormente fragili?

C: Questa è una domanda interessante. Saper respirare, essere in grado di percepire l'addome e il torace che si espandono e si contraggono, ascoltare il proprio corpo in tutta la sua totalità non può che essere un beneficio. Più che una strategia di intervento è uno stile di vita.

I: E' un po' dunque come renderci consci di ciò che abbiamo già?

C: Viverlo consapevolmente e in modo positivo. Perché molti di noi rifiutano il proprio corpo, lo vivono come una corazza che separa dal mondo, che difende dagli altri. Come ad esempio le persone che non si tolgono di dosso il giacchetto o il cappotto neppure quando pranzano, oppure che curano poco l'igiene personale e il modo di vestirsi inconsapevolmente rifiutando la propria immagine: perché il corpo è il principale mezzo di comunicazione con gli altri. Riprenderne possesso è il punto di partenza della meditazione.

I: Ci siamo chiesti: siccome qui a Mediterraneo svolgiamo molte attività di gruppo, e diamo un grande valore allo stare insieme, ci sono attività meditative di gruppo?

C: Anche se l'attività meditativa è individuale, spesso viene svolta in contesti che coinvolgono tante persone. Ci sono delle forme di questa pratica dove si medita insieme, infatti questa non dovrebbe isolare dagli altri, anche perché durante l'attività ci sentiamo attratti dal contatto con le altre persone; perciò viene sconsigliata la meditazione solitaria.

I: Per quanto riguarda l'argomento meditazione e pensiero progettuale, quest'ultimo si annulla?

C: Sì, conta l'attimo che stiamo vivendo e il tempo di questo ce lo dà il respiro. Quindi non ci proiettiamo nel futuro con l'ansia che quest'ultimo ci potrebbe procurare e non guardiamo al passato e alle situazioni che ci hanno creato sofferenza. La meditazione richiede il qui e ora. Questo non vuol dire fregarsene, ma cercare di essere sempre un poco più centrati. E' una pratica che assimili con l'abitudine a riportarti sempre a te. Il respiro è come un'ancora, un salvagente, un'energia che ti accompagna dalla nascita, che ti dà sicurezza.

I: Può essere considerato come un metodo e uno stile di vita?

C: Sì, la meditazione è una pratica che può sembrare rigida però poi diventa uno stile di vita. Tutti possono avere un atteggiamento negativo nei confronti della vita, del futuro o delle cose che possono succedere, però chi è abituato a meditare riesce a sottrarsi più facilmente a queste. Sviluppa la capacità di tornare a se stesso.

I: Qual'è stata la tua formazione e cosa ti ha spinto a farla?

C: Ho frequentato un corso di formazione per diventare istruttore di Yoga. Mi sono trovato in un momento della mia vita dove vivevo le situazioni della quotidianità con disagio,sentivo l'esigenza di centrarmi, di avere un equilibrio, quindi ho iniziato con lo Yoga, poi vedendo che i benefici erano tanti ho proseguito.

I: Quanto tempo ci vuole per avere dei benefici?

C: Devo dire che all'inizio gli effetti sono immediati. Una persona che è motivata assorbe subito tanto, come una spugna. Il beneficio dipende dalla motivazione e da tanti altri fattori, però penso che già in un mese la persona possa vedere degli effetti.

I: Quali sono le principali posizioni di meditazione?

C: Esistono diverse posizioni: c'è la classica posizione con le gambe incrociate, che però può risultare scomoda, a sedere sulla sedia o anche sdraiati per terra nella posizione shavasana (del cadavere). Bisogna rimanere sempre vigili e attenti, perciò si consiglia una posizione eretta per non assopirsi.

"Chi medita deve avere la stessa attenzione, lo stesso sguardo della tigre nella foresta".

Chi medita con gli occhi chiusi deve avere quest'attenzione, anche se non stai pensando a niente devi essere vigile.

I: Durante la meditazione sei più vulnerabile? Bisogna trovare uno spazio protetto per farlo?

C: Generalmente si crea una situazione di silenzio, rito, ripetitività che favorisce la meditazione.

I: Può la respirazione aiutare a gestire l'ansia?

C: Sì perché con la respirazione mobiliti il diaframma, mobiliti una parte del tuo corpo fortemente innervata, da questa regione parte il nervo Vago, con il sistema vagale. Quando abbiamo l'ansia, l'angoscia ci prende un malessere in questa regione. Quindi facendo lavorare bene il diaframma riusciamo a sciogliere questa tensione.

" Una saggezza che noi tutti dovremo acquisire dall'insegnamento pratico che possiamo ricavare dalla meditazione, è quello di non volgersi sempre alle spalle, di non guardarsi sempre dietro e di non stare sempre in attesa di quello che potrebbe accadere". 

I: La meditazione sembra essere stata pensata per le persone con "i nervi saldi", non applicabile quindi a persone con disturbi mentali, cose ne pensi?

C: La meditazione però viene vista come una tecnica per risolvere la sofferenza ed il disagio. In questi ultimi anni la meditazione sta diventando sempre più uno strumento non alternativo, ma ausiliare a molti indirizzi psicoterapeutici.

I: Visto che lei è un professore, come viene vista la meditazione nell'arte e nella letteratura?

C: L'arte è già di per se una forma meditativa, andando a cercare la meditazione nell'arte mi viene in mente il musicista John Cage che è anche un praticante. Le quali interviste toccano l'argomento della meditazione. Sempre in riferimento all'arte anche i mandala sono una forma di meditazione.


mercoledì 16 ottobre 2019

La mia fragilità che porta alla rottura

Io sono l'esterno, io devo pensare assorbire inglobare la realtà, tenerla sotto controllo, capire, fare mio.
Capire, capire il mondo, perché il mio amore per la vita consiste in questo. 
Pensare, pensare, pensare.
Mancanza di lucidità tranquillità.
Senso di colpa per non fare lavoro di cura, perché ho paura di sbagliare io non capisco bene.
Paura di stare con gli altri, che mi giudicano e mi tengono da parte, perché non sono intelligente, simpatica e allegra.
Pensiero ossessivo sul registrare, ricordare tutto l'esterno.
Ripetizione all'infinito di tutti i pensieri negativi.
Visione catastrofica del mondo, che a volte vedo non bello.
La mancanza di pensiero se non negativo, la rottura avviene quando ho paura di essere "arrestata" e io m'impongo di evitare le catastrofi.
Sto bene, quando ricoverata mi accorgo che i medici sanno come approcciarsi e cosa fare, facendomi tornare allo stato naturale. Ritorno nella realtà, nel positivo.
Però, rimango insoddisfatta, perché non vivo come vorrei, cioè essere utile agli altri e in mezzo agli altri.
Fin da quando ero piccola, mi sono chiusa in pensieri e fantasie senza riuscire ad essere lucida.
La scuola è stata una tortura, perché avevo difficoltà a comprendere, ricordare e non mi rimaneva niente di quello che studiavo, anche se ero bravissima.
Stavo sempre in casa da sola a studiare, senza amici e sempre con il dolore portato dentro fisso sin da piccola. Dovevo capire, ma non capivo.
Ancora non ho trovato la serenità, ma l'Associazione Mediterraneo con le sue belle cose mi sta dando moltissimo. A me piacerebbe stare meglio con le persone e dare di più.
La cosa più bella che ricordo, è quando ero piccola prima di chiudermi vedevo tutto meraviglioso, sorridevo sempre e amavo come una matta la vita, vorrei ricordarmi di quella Laura.
Di Laura.

mercoledì 9 ottobre 2019

Come una farfalla


di Maria Michela Marrandino

Ti manderò un bacio e ti volterai senza vedermi, io sarò lì e vorrei essere in una nuvola bianca, seguirti ovunque tu andrai, non svegliarmi, vorrei vivere nel tuo respiro mentre ti guardo muoio perché ti vedo riflessa nello specchio, dimmi dove sei, se saprai starmi vicino e potremmo essere diversi dove il tempo si ferma e non hai più il posto dove sei stato con i tuoi figli.
Non sono appartenente a questa vita.   
Mi sento come una farfalla. Se avessi le ali per volare via dai miei pensieri, sentirmi  come una piuma nel cielo, leggera nell’anima e dentro  mi sento felice. A volte sono triste... mi sento diversa ma più forte, sento come se qualcuno mi avesse dato la forza di andare avanti, ecco perche’ sto raccontando la mia storia immaginando di essere leggera e volare come una farfalla o una piuma. Questa poesia va nel blog dell’associazione, è una rivista, io non ho mai fatto una poesia, sono felice di poterci scrivere.

martedì 1 ottobre 2019

Un piacevole ricordo


di Gasperini Virginia


Mi ricordo, qualche
tempo fa tramite il Corso di Operatore Ambientale, decisi di partire, per la prima volta da sola, con l’aereo verso Londra; assieme a me c’erano la mia professoressa d’inglese, suo figlio e quattro o cinque ragazze della scuola del “Santo Spirito”di Livorno che al tempo frequentavo. Era una vacanza-studio in un college bellissimo dove la mattina si studiava la lingua inglese e il pomeriggio si girava per Londra con la nostra insegnante che ci faceva da cicerone lungo le vie storiche di questa splendida città. 
La sera era dedicata tutta per noi: uscivamo dalle nostre stanze dove albergavamo, situate all'interno  del college con destinazione discoteca, sempre all'interno del campus, tuttavia era mio solito stare in disparte in queste occasioni in quanto all'epoca la mia timidezza predominava sulle mie decisioni e quindi su molte cose che mi capitavano, una battaglia contro il mio carattere che dura tutt'oggi; se la discoteca non andava passavamo le notti in stanza cantando e ridendo a più non posso varie canzoncine in lingua inglese. Durante la gita abbiamo visitato: la strada dove c’era la libreria del film di “Nothing Hill”, sono riuscita a vedere una delle ruote panoramiche più belle al mondo, siamo entrati dentro il negozio di Disney-Store dove abbiamo preso oggetti carini della Disney che ancora oggi conservo gelosamente, il Big-Bang, l’hard rock caffè di Londra, siamo saliti su un bus a due piani scoperchiato ed uno sempre a due piani  che però c’era il tettino e altri posti mozzafiato. In quel luogo indimenticabile abbiamo conosciuto tre ragazzi coetanei di origine francese che erano li per ampliare le proprie conoscenze sulla lingua del paese ospite. Uno dei tre mi piaceva molto e le ragazze mi spingevano per farmi avanti ma io, con la mia odiata timidezza, non riusci a vivere quel bel momento con gioia e serenità, aprirsi agli altri è difficile anche se la voglia di farlo è un martello persistente nella tua mente...
posso dire però che il penultimo giorno a Londra mi convinsi e provai a cercarlo per tutto il college ma lui, come il vento viene e se ne va, era andato via, verso altre terre verso altre scoperte; quasi per consolazione alla situazione abbiamo fatto una  foto con due ragazzi anche essi carini. E’ stata un esperienza molto bella, anche perché avevo l’opportunità di palare e quindi imparare meglio l’inglese con una persona madre-lingua e alla fine del college ho avuto un attestato con valutazione C,  che equivale alla sufficienza. Se in futuro avrò l’occasione di rifare un viaggio all'estero mi piacerebbe molto parteciparvi, per me sarebbe come cogliere un’opportunità di scoperta, un mettersi alla prova difronte al mondo insieme ad amici da ricordare come in quel fantastico viaggio a Londra, stando sempre attenta a ciò che mangio, poiché sono celiaca, quindi di non fare come, in un episodio più recente nel tempo nella struttura del “Palazzo della vigna” a Montioni con l’associazione Mediterraneo, capitò che per poco non mi portavano all'ospedale a causa di una mattinata di sonnolenza e un biscotto non adatto a me, ero imbarazzata per aver creato un po di scompiglio e quindi le prossime mattine al suono della sveglia mi devo ricordare che, quando non sono a casa mia, per prima cosa devo indossare sempre i miei occhiali.

mercoledì 25 settembre 2019

Pensieri in versi



Di Letizia Lettori 

La luce negli occhi che esprimono i colori del mare verso la speranza di vita in questo
mondo pieno di gioventù

Pensiero


Di Letizia Lettori


La fifa, l'angoscia della paura verso le persone, porta a credere nel diavolo; io credo in Dio che ti avvicina al paradiso, nella luce, e io sarò come una stella che brilla in cielo di notte, che da la speranza di un sogno di vita verso il mondo.
Vorrei che giungesse un mondo migliore senza violenza
e crudeltà verso la gente che soffre, in questo mondo fatto da persone speciali


Vortice dell'amore

Di Letizia Lettori


Il vortice dell'amore in questa vita, piena di dolore fisico, sarà in solitudine. Piena di tristezza, senza più nessuno che ci dà una mano un po di speranza in questo mondo di oggi; con amore si vive una vita piena di gioia e, per dare un po di serenità al nostro cuore, bisogna credere al nostro futuro.











mercoledì 10 luglio 2019

La solitudine dei numeri primi

Nel nostro gruppo redazione abbiamo affrontato un tema che è risultato essere molto difficile da descrivere e mettere nero su bianco, ma molto sentito.Abbiamo sviscerato il tema ponendoci delle domande e creando così un intenso  dibattito.


Federica: A quale immagine associamo il sentimento di solitudine?Propongo che ognuno di noi elabori una immagine che esprima il senso della solitudine così come viene vissuta...Claudio: Scelgo lo specchio che non riflette alcuna immagine. Per me questa è solitudine!Stefano: Stare chiuso in casa,Franz: un uomo e la sua ombra,Federica: chiusura fisica su te stesso,Mauro: un bar nel suo giorno di chiusura,Alfredo: una non immagine, un muro con una voragine.Claudio: Nel mio caso ho scelto questa immagine perché credo che la solitudine profonda nasca quando non abbiamo altre persone che possano rimandarci la nostra immagine, come se fossero degli specchi. Quindi il paradosso dello specchio che non rimanda la propria immagine è l’emblema della solitudine.Franz: Nell’inferno di Dante, nel canto dove i morti non proiettano la propria ombra...il senso è questo...l’immagine della solitudine di un corpo che non proietta l’ombra che si sente privo di identità.Stefano: stare chiuso in casa come isolarsi dal mondo...una stanza vuota con “te” nel mezzoMauro: Il bar come luogo di socializzazione dove nascono esperienze di confronto, mi viene in mente “l’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, dove il bar di un paesino viene chiuso per impedire appunto la socializzazione, che ovviamente è un modo per vincere la solitudine.La mia ex ragazza mi ha detto di aver letto che ora i treni vengono costruiti senza scomparti per evitare che le persone comunichino fra loro.La solitudine è la disillusione quindi, di aver trovato il bar chiuso proprio quel giorno. Ho letto un bellissimo libro “Chimica per l’anima” che dice che i gestori dei bar sono dei terapeuti naturali. Come in Borgo Cappuccini, una volta, le donne andavano nei negozi per parlare, parlare…per stare insieme!

È un modo per vincere la solitudine: il bar chiuso la domenica o come a Milano dove i bar, come quelli di una volta, sono tutti chiusi… questo genera solitudine.Federica: Avevo parlato di un abbraccio perché nella solitudine inizialmente non si può stare così tanto male. Il punto è che la solitudine può diventare malessere quando diventa una costrizione e l’abbraccio può diventare come una “colla”.Alfredo: Secondo me questo muro invisibile viene costruito da una persona in seguito ad un dramma accaduto (che può essere qualsiasi cosa) che fa si che la persona si costruisca intorno a sé questo scudo per non apparire vulnerabile rispetto agli altri. Questo muro però diventa un vortice che come una catena che ti tira giù nelle sabbie mobili, a meno che tu non abbia un amico che ti aiuti e che ti tiri fuori da questa brutta sensazione. Il muro serve a non fare apparire agli altri come sei davvero, non sei vero ...non sei reale, come una maschera.Federica: Abbiamo parlato di uno Specchio che non rimanda immagini, un bar chiuso, un muro e di un vortice, di un uomo senza ombra, un abbraccio che costringe, una stanza vuota…Secondo voi quel è l’elemento comune che tutte queste immagini hanno?Mauro: Isolamento in un mondo senza regole, molecole in uno spazio infinito...ecco Uno spazio senza eco!Franz: Non c’è un ritorno, non esiste feedback!Claudio: Non c’è il ritorno delle relazioni nel caso di Mauro Fede: Mi viene in mente l’immagine del mito di Narciso e Eco, due persone sole Franz: possiamo cercare la canzone “parole di burro”Alfredo: a me viene in mente dell’astronave di 2001 Odissea nello spazio” che viaggia nello spazio infinito-Claudio: si, è vero! anche all'astronauta a cui viene tagliato il cavo da Hall 9000, il computer di bordo, e va alla deriva nello spazio infinito. Alfredo: a proposito del “muro” e dei suoi effetti, vi racconto questa storia che mi è capitata: a scuola mi piaceva una ragazza, stravedevo per lei, ma non riuscivo a comunicarle i miei sentimenti. Dopo qualche anno, ho saputo da un’amica di classe che mi a quella ragazza piacevo, ma che pensavano che non avessi interesse per le donne......eravamo come due numeri primi!