mercoledì 3 ottobre 2018

Perché?

Di Luana Baldacci


Perché, mi sento così stranamente assente da tutto ciò che mi circonda? Non lo so spiegare, ma c’è qualcosa in me che mi fa distogliere e sfuggire alla realtà di questa mera vita. Il Dott. Paolo Pini spiegava qualcosa ed io non ricordo il contenuto delle sue parole, ma cercavo disperatamente di farmi entrare in testa ciò che lui stava leggendo e spiegando; però una sola parola non è rimasta nella mia mente.E’ la prima volta che ciò mi accade da quando frequento l’Associazione Mediterraneo (Centro Proviamoci) e sono preoccupata di questo fatto, ma più m’impegno e meno comprendo.  Non riesco a farmi venire in mente una sola parola dell’argomento durante la redazione, e così sono veramente mortificata e dispiaciuta. Mi sento vuota dentro e non so se riuscirò a rimarginare questo vuoto che diventa ogni giorno più profondo e grande. Penso che forse sarà la tanta età che pesa sulle mie spalle e sulla mia testa, a creare questo vuoto; ad annientare la mia volontà di fare qualsiasi cosa. Ho scritto a mio cugino Carlo Del Debbio e non ho avuto risposta; ho scritto a un mio più che caro amico, Giovanni Greco, né meno da lui ho avuto risposta. Io non ho più la patente di guida, perché stupidamente l’ho fatta scadere e ora non ho più nemmeno l’età per rinnovarla; così non posso andare personalmente a trovarli per parlare con loro di tutto e di tante cose di cui ci accomunerebbero. Mi sento emarginata e dimenticata e questo mi fa stare veramente male e il mio ego è messo proprio a terra e non so più cosa fare all'infuori di soffrire. Poi c’è la notizia che Enrico a breve lascerà il nostro centro e questo mi fa veramente male perché io mi sono veramente affezionata a questo giovane redattore e penso che, se ha trovato di meglio è bene, afferri l’opportunità che la vita gli offre, perché se lo merita ampiamente, però non posso fare a meno di dispiacermi e contemporaneamente sono cosciente che il mondo gira e la vita corre veloce per tutti quanti.  Qualunque altro occuperà il suo posto, questo  non mi impedirà di ricordarmi di lui, con il solito affetto e stima. Spero che colui che prenderà il suo posto, sia alla altezza di lui! Ma vedremo, anzi vedrò nel tempo se continuerò a frequentare potendo, l’Associazione Mediterraneo che è stata una bella esperienza per la mia vita, e nel mio tentativo di scrivere e di esprimermi al meglio che potevo fare. A questo punto mi fermo perché mi sembra di aver scritto delle pure panzanate e aspetto di sentirmi dire quante sono e perché... altra cosa importante, mi manca da morire il mio psichiatra e questa è una ferita che non si rimarginerà nemmeno con il passare del tempo.Amen...



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Incubo della vita


Di Letizia Lettori


Ci sentiamo amareggiati quando in questo mondo 
da incubo succedono cose brutte; per esempio:
incidenti,rapine, maltrattamenti, e omicidi.
Bisogna che il mondo migliori,
che sia fatto di persone oneste;
le quali amano la speranza 
di un’amicizia sincera.


mercoledì 12 settembre 2018

Importante o no?




Di Luana Baldacci





Dopo tutto quello che è accaduto a Genova, il crollo del ponte Morandi che ha provocato 43 morti e tanti sfollati dalle case pericolanti, queste mie considerazioni non vi parranno troppo importanti ma, a mio parere, lo sono abbastanza:



la pubblicazione di un mio articolo passato, tramite l’Associazione Mediterraneo del Centro Proviamoci, gestita dal Dott. Paolo Pini e condotta dal Sign. Enrico Longarini, furono ripristinati gli argini del torrente Cigna, dopo la sua esondazione, che fece sei vittime e molti danni alle case in seguito alla bomba d’acqua che mise in ginocchio tutta Livorno nella notte del 9/10 Settembre 2017.

Oggi pomeriggio camminando lungo gli argini del torrente Cigna, contemplando l’erba verde e qualche cespuglio di fiori che lo ricoprono, sono arrivata fino all'ex campo di calcio femminile
oramai in disuso da qualche tempo, e con disappunto ho visto che il capannone, così chiamato da tutti gli abitanti della zona, è un ammasso di sterpaglia oltre circa 60/70 cm e, a tal punto, mi sono chiesta il perché non sia stato ripulito. Quel campo è un’eredità di Via Cambini e perciò deve essere ripulito dalle erbacce e dare la possibilità ai ragazzini di zona di poterci andare a giocare, invece di farlo nelle vie traverse trafficate da auto e da motorini vari, inoltre è utile anche per portarci i cani a correre come facevamo prima dell’esondazione. Sarebbe cosa ben fatta, per questo scorcio di periferia, abbastanza provata e abbandonata dalle autorità. Quell'enorme campo ripulito a dovere acquisterebbe valore e amore dagli abitanti. So bene che il comune direbbe che non ci sono fondi ma basterebbe un po’ di buona volontà, e un paio di giorni di lavoro e magari un camion o due per portare via l’erbaccia una volta tagliata per farlo rinascere. Così in quell'appezzamento di terreno, abbandonato dall'uomo, tornerebbe a ricrescere l’erba verde e a rifiorire tutti i fiori del prato che ne facevano parte e ne rallegrerebbe la vista e il cuore di chi andava a fare una camminata al capannone. Non so se sarà possibile ciò che sto chiedendo ma so che a volte anche i sogni diventano realtà ed io voglio credere che il miracolo del sogno sia accolto dalla cittadinanza, perché non ci vogliono miliardi di euro per concepirlo ma solo la volontà di farlo e un paio di giorni, forse anche meno, di lavoro per attuarne la pulizia e far si che tutti quanti gli abitanti e i residenti di Via Giuseppe Cambini di zona Salviano ne possano usufruirne il giovamento una volta sistemato. Esprimo naturalmente la mia espressa gratitudine al nostro Comune e al nostro Sindaco di Livorno, ricordando che anche la periferia ne fa parte, ed è degna di essere considerata.

lunedì 21 maggio 2018

La riconquista del tempo


La Redazione

Tra discussioni, spunti e contrasti produttivi le menti, i cuori e gli individui della Redazione dell’Associazione Mediterraneo hanno dato vita ad un’unione di pensieri qui sotto riportati.


Astratto e ineluttabile, esiste qualcosa di più inafferrabile del tempo?
Per quanto possiamo essere abituati a pensare ad esso come ad una lunga linea retta che percorre ogni momento della storia, basta un attimo per rendersi conto di quanto questa nostra concezione sia limitante e circoscritta alla nostra epoca e cultura.
Sono infatti i bisogni, le stagioni e le relazioni tra gli uomini che ne determinano l’essenza, la natura e ne scandiscono i ritmi. La percezione del tempo però non varia soltanto da contesto a contesto, ma come ben sapremo anche da individuo a individuo e nello specifico sono le emozioni e le nostre condizioni psicofisiche ad influenzarla; è per questa ragione che talvolta il ticchettio dell’orologio passa dal sembrarci sfuggente a qualcosa di interminabile o persino immobile.
Secondo quella che è la nostra esperienza, il tempo è un’occasione e spetta a noi trarne o meno beneficio. 
Se riusciamo a ritagliare del tempo per noi stessi, ogni singolo istante di quel magico momento che viene privato di qualsiasi frenesia o aspettativa, può divenire un’opportunità per soddisfare un nostro bisogno. D’altro canto, se soccombiamo ad un’immobilità, magari generata da un’attesa o dall’apatia, rischiamo di rimanere incatenati a noi stessi rendendo il nostro spazio circostante vuoto e buio.
Se dunque ci ritroviamo schiavi di un tempo statico ed inesorabile, esso finirà per divenire il protagonista effettivo della nostra quotidianità o peggio, della nostra intera vita.
Tutto intorno a noi, da ciò che ci è vicino alle realtà più lontane, percorre frenetico un sentiero che spesso ci sembra irraggiungibile; è difficile stare al passo con la realtà e più difficile ancora è non soccombere ai convulsi stimoli che essa quotidianamente ci offre. Che fare dunque, arrendersi all’ineluttabile o abbandonare se stessi ad una continua ricerca del nuovo o di felicità fittizie? Niente di tutto ciò. La felicità non è fatta di sfizi e passioni travolgenti, anzi, la vera felicità significa equilibrio e benessere. Di fronte all’impetuoso ciclone di eventi ed emozioni che ci ruotano attorno, fermiamoci ad apprezzare i piccoli istanti di felicità; la gioia degli amici, di far del bene, l’ascolto di una canzone e la calma e la semplicità di rimanere fermi di fronte al tempo, così, quasi per il gusto di non tenerne conto, come se vivessimo al di là del tempo stesso. Per sfortuna fin troppo frequentemente ansia e angoscia possono farci sentire tutto il loro peso e a conseguenza di ciò le ore, i giorni, i mesi e gli anni finiscono per dilatarsi e sembrarci eterni. Questo accade in condizioni di sofferenza emotiva o a causa di una malattia, ma parlare dei nostri affanni può farci riflettere su quanto il trascorrere del tempo possa mutare i nostri contesti emotivi, individuali e nelle relazioni con gli altri. Si pensi al rapporto medico-paziente; nonostante le attese infinite e le speranze spesso disilluse, è fondamentale che in cuor nostro rimanga stabile un sentimento di fiducia nel nostro curatore, il quale ci aiuterà sempre a vivere nel miglior modo possibile il nostro tempo.
Questo “atto di fede” nei confronti di chi ci cura è uno dei motori che sospinge la nostra volontà verso un miglioramento e verso lo stare meglio con se stessi e con gli altri. Aprirsi sinceramente e confidarsi significa accettare il proprio malessere, compiere i primi passi verso l’equilibrio ed una convivenza costruttiva con la propria malattia. Negare il disagio non fa altro che alimentare la nostra prigione trasparente, una prigione all’interno della quale si ha la sensazione di essere padroni del nostro tempo, ma che solo dopo molto ci farà capire di aver realmente perso quei giorni e quegli anni che non torneranno più. Sono le catene della malattia che ci rendono ostinati e che non ci lasciano essere consapevoli del nostro malessere.
La guarigione non è la fine del nostro stato di malessere, ma l’inizio di un percorso dove la malattia passa da essere causa delle nostre sofferenze a mezzo di azione nutrito da un’esperienza costruttiva. Se impariamo a conoscerla possiamo sfruttarla e controllarla per vivere dignitosamente i nostri spazi e il nostro tempo, dando così scopo ai nostri giorni.

mercoledì 4 aprile 2018

Discriminazione



La Redazione

Tra discussioni, spunti e contrasti produttivi le menti, i cuori e gli individui della Redazione dell’Associazione Mediterraneo hanno dato vita ad un’unione di pensieri qui sotto riportati.


Ci troviamo in un’epoca in cui nessuno di noi può essere estraneo a concetti come la lotta al razzismo, al sessismo e i diritti alle pari opportunità. Tuttavia, nonostante il senso comune mondiale stia procedendo con grande sforzo verso una piena consapevolezza del valore della diversità, in questa lotta perenne una categoria si trova a faticare più delle altre e a rimanere vittima delle continue discriminazioni: quella dei malati mentali.
Che si tratti di disturbi legati al fisico o alla mente, essere malati significa provare una sensazione di malessere logorante. Dunque, sebbene i disagi fisici possano essere accomunati a quelli mentali, tenuto conto delle rispettive gravità, è indubbio come il malessere mentale sia responsabile della genesi di un ulteriore ostacolo sul sentiero dell’equilibrio dei rapporti sociali. Paura, pregiudizio e disinformazione infatti sono temi datati, ma tuttavia non ancora superati, che continuano a ruotare minacciosamente attorno al concetto di malattia mentale.
Purtroppo, si tratta di una conseguenza fisiologica legata al contesto in cui nasciamo e cresciamo; viviamo infatti in società in cui si dà valore a ciò che appare e la prima cosa che vediamo in qualcuno che soffre non è la sua persona, bensì la sua malattia.

Riuscire a vedere oltre, forse, per quanto auspicabile potrebbe però non rappresentare la soluzione più adatta nel fronteggiamento di comportamenti discriminanti. Il “diverso” spaventa perché imprevedibile, perché strano e potenzialmente pericoloso, una percezione questa che porterà gli altri ad allontanarsi dalla persona e che condurrà la persona stessa ad alimentare il vuoto sociale attorno a sé. Si tratta della cosiddetta discriminazione negativa, ovvero quell’atteggiamento di separazione diretto a sfavorire coloro che non appartengono a gruppi sociali ritenuti ordinari. D’altro canto tuttavia possiamo osservare come essa presenti una controparte positiva. La discriminazione positiva è un atteggiamento di disparità nei confronti di chi è più debole e parte con uno svantaggio, come stranieri o disabili, volta a dar loro gli stessi diritti e opportunità degli altri. Nonostante essa possa esser mossa dai più nobili principi anche a livello normativo, a nostro avviso, la discriminazione positiva rischia di degenerare e sfociare, in special modo sul piano sociale, in un atteggiamento di compassione paternalistica.
Questo modo di agire rischia di privare la persona della sua identità riducendola ad un essere bisognoso e passivo. Queste e molte altre sfumature del fare discriminatorio non fanno altro che ampliare il distacco tra chi soffre e gli altri provocando nella persona una serie di pensieri e riflessioni che potranno condurla ad una distorsione della realtà e che gli renderà ancora più difficoltoso vivere la quotidianità. La discriminazione in sostanza assume molteplici facce e forme ma il fondamento su cui si basa, ovvero che la diversità finisca per esser trattata come un handicap, rimane invariato. Un concreto e possibile supporto alla soluzione di questo problema potrebbe essere un piano di lotta alla disinformazione condotto nelle scuole e magari promosso con più decisione e convinzione dagli enti del territorio. La disinformazione non deve essere affatto sottovalutata, poiché rappresenta il punto di partenza del processo di stigmatizzazione dell’individuo come “malato”. La società odierna infatti nutre pensieri basati sull’ignoranza e sul pregiudizio di conseguenza non si dimostra capace di comprendere e trattare in maniera adeguata i problemi che possono affliggere una persona, ne limitano le possibilità e la rendono soggetta ad un trattamento discriminatorio e alienante che finirà per aggravare ulteriormente il suo stato di disagio. La malattia mentale non deve più rappresentare qualcosa di spaventoso e da evitare, ma deve rivelarsi un’opportunità per comprendere chi è diverso da noi. Come ultimo passo nella lotta alla discriminazione sarebbe bello poi poter pensare ad un futuro in cui coloro che hanno vissuto un grave periodo di malessere, attraverso percorsi graduali di reinserimento, possano “tornare” alla normalità e alla vita di tutti i giorni, non giudicati o emarginati. Noi speriamo e ci crediamo. E tu?

lunedì 26 marzo 2018

Perché parliamo con gli sconosciuti?

La Redazione


Tra discussioni, spunti e contrasti produttivi le menti, i cuori e gli individui della Redazione dell’Associazione Mediterraneo hanno dato vita ad un’unione di pensieri qui sotto riportati.

Che l'uomo rappresenti l'essere sociale per eccellenza è risaputo e numerosi studi in passato hanno abbondantemente affrontato e sviscerato il tema. Ognuno di essi possedeva una propria chiave di lettura, ma sebbene vi siano tutt'ora delle differenze inconciliabili, ogni pensiero ed ogni riflessione maturata nei confronti di quella che potremmo definire "psicologia della socialità" dell'uomo si basa su di un principio comune: quello della comunicazione. Essa rappresenta un bisogno primordiale dell'essere umano ed è soggetta ad un flusso costante di cambiamenti e mutazioni, tali infatti sono le necessità dell'uomo che, tramite essa, partecipa e trae benefici da questo infinito processo di conoscenza e arricchimento del sé. La comunicazione tra gli individui naturalmente è condizionata dal contesto socio-culturale, di conseguenza potrà essere alterata dai mezzi di comunicazione, dalla cultura e dagli usi di quella data società, ma qualunque sia il contesto a cui ci riferiamo sarà impossibile non poter sostenere come essa contribuisca a modellare il rapporto tra gli individui e di conseguenza le loro stesse identità. Ogni giorno ed in ogni momento della nostra vita riceviamo stimoli dalla comunicazione e dai messaggi che, consciamente o inconsciamente, trasmettiamo e riceviamo. Non esiste la non comunicazione, lo scambio comunicativo tra due o più individui avviene costantemente. Comunicare significa dare e ricevere sensazioni, emozioni, informazioni e rappresentazioni di sé che influenzano la realtà del destinatario e del mittente. Per quanto possa essere alterata, soggetta a pregiudizi o ad altri filtri, e quindi non equilibrata (condizione che si verifica nel momento in cui il mittente ed il destinatario del messaggio arrivano a percepire un feedback differente), vi sarà sempre un'interazione prodotta dalla reciprocità.
Fonte: Corriere della Sera
Erroneamente siamo tenuti a pensare ai cosiddetti "legami forti", quelli con amici, parenti e partner, come unici veicoli di senso di una comunicazione equilibrata e completa, ma così facendo rischiamo di trascurare quel ruolo di rilevanza che rivestono le relazioni con i conoscenti o perfino con gli sconosciuti. Infatti esistono numerosi studi che sostengono quanto spesso sia più semplice confidarsi con un estraneo e i motivi che possono spingerci ad agire in questo modo sono molteplici; lo sconosciuto non ci conosce, non sa chi siamo, possiamo scegliere di presentargli solo una parte di noi e qualora sentissimo il bisogno di aprirci, a differenza di come potrebbe comportarsi un nostro caro amico, non ci aspetteremmo di ricevere un consiglio sul problema che magari ci angustia (al quale probabilmente non saremmo neppure interessati), perché in questi casi ciò che cerchiamo non è tanto un confidente quanto uno sfogo o un riflesso di sé. Chi non ci conosce non ci espone il suo giudizio critico, ma si rivela un destinatario di confidenze che altrimenti probabilmente non avremmo espresso.
Certo, questo non significa che non vi possa essere una comunicazione finalizzata o una reciprocità nella relazione con uno sconosciuto, bensì quanto essa, talvolta, possa rivelarsi più spontanea.
Tale spontaneità nasce proprio dalla libertà che avvertiamo nel rapporto con l'altro; possiamo scegliere cosa mostrare di noi e come presentarlo, avendo così una più ampia libertà di scelta nella definizione della nostra identità con chi ci sta di fronte. A seconda di come egli reagisce possiamo imparare, sviluppare una nuova visione o arrivare persino a metabolizzare un nostro disagio. Accade sovente infatti che durante una conversazione con un estraneo pronunciamo più parole di quelle che normalmente siamo abituati a sentirci esprimere, niente di più frequente. Che cosa avviene in noi? Potremmo forse sviluppare una fisiologica necessità di prendere consapevolezza di noi stessi e degli altri e sentirci meno estranei nei confronti di una parte del mondo e della nostra realtà? Purtroppo tali interrogativi si prestano a così svariate interpretazioni ed approfondimenti che sarebbe impossibile per noi dare una risposta in questa sede, perciò ci auguriamo che le nostre riflessioni permettano a coloro che intenderanno far luce sul complesso tema delle relazioni umane di trovare validi spunti all'interno del nostro articolo, senza però distoglierli da una piacevole conversazione con il passeggero seduto di fronte.

lunedì 12 marzo 2018

Il futuro che vorremmo per la Salute Mentale


La Redazione

Tra discussioni, spunti e contrasti produttivi le menti, i cuori e gli individui della Redazione dell’Associazione Mediterraneo hanno dato vita ad un’unione di pensieri qui sotto riportati.

Salute pubblica: è diritto del cittadino di usufruire di ogni servizio sanitario presente sul territorio ed è opportuno che le istituzioni locali cooperino fra di loro per l’interesse comune, ovvero l’accesso libero per chiunque ad una sanità volta al conseguimento di un benessere personale e/o collettivo.

Negli ultimi anni tuttavia lo Stato “ha abdicato” il compito di tutelare la salute mentale del cittadino a partire dai più fragili. I più recenti dati statistici nazionali registrano infatti un forte incremento dei pazienti con patologie psicotico-depressive, ma a quest’aumento non corrisponde un’adeguata spesa sanitaria: ecco il paradosso che stiamo vivendo. Oltre ad intensificare e rendere più produttiva e a misura d’uomo la comunicazione fra le varie associazioni del terzo settore (che negli ultimi anni si è trovato ad attraversare un periodo di crisi che tutt’ora persiste), uno dei molti interventi che sarebbe opportuno e necessario applicare consisterebbe nel rinforzare le competenze ed il numero degli “addetti ai lavori” come psichiatri ed infermieri. Assumere più psichiatri significherebbe infatti ottenere sia un minor carico sulle spalle dei medici stessi, sia un’attenzione maggiore nei confronti dei pazienti che potrebbero essere così seguiti con più precisione e dedizione. Insomma, un approccio più diretto e personale con il soggetto in modo che il lavoro sia meno dispersivo. C’è inoltre un deficit nell’organizzazione dove il medico non dovrebbe limitarsi a somministrare esclusivamente medicinali, ma dovrebbe avere un rapporto più profondo e personale con l’utente in modo che si possa dare uno scopo alla persona attraverso un percorso non solo terapeutico ma anche colloquiale, di comprensione e disponibilità nonché conoscenza dell’individuo da curare. Pertanto, i medicinali non sono sufficienti visto il bisogno che c’è di essere ascoltati e compresi, quindi auspichiamo che le istituzioni possano decidere di investire maggiori risorse da utilizzare per assumere medici psichiatri e far sì che possano sviluppare le loro competenze e capacità attraverso percorsi strutturati nel campo della comunicazione, reperibilità e disponibilità verso la persona.
Source: kryczka (iStopckphoto)
Oltre ad intervenire sulla “quantità” e sulla “qualità” degli psichiatri alcuni di noi ritengono opportuna l’introduzione di una nuova figura professionale come il counselor filosofico; egli, oltre ad avere passione per il proprio lavoro e fiducia nei principi umani e nell’individuo, possiede competenze filosofiche, psicanalitiche a livello professionale ed una capacità di ascolto attivo nei confronti degli altri tale da consentirgli di entrare in empatia con chi gli sta di fronte, ponendolo sempre al centro come persona e individuo come unico ed irripetibile. Lo scopo del counselor filosofico è infatti quello di comprendere il paziente attraverso l’ascolto attivo e l’interpretazione filosofica dei suoi bisogni, dei suoi limiti e delle sue capacità. Da analizzare vi è poi il complesso rapporto tra utenti e personale sanitario; entrambi spesso percepiscono e vivono questa relazione come due estremi opposti, ma nel nostro sistema psichiatrico la cooperazione fra istituzioni, utenti e personale sanitario riveste un ruolo di fondamentale importanza. Il confronto, i rapporti alla pari e le collaborazioni possono infatti generare e sviluppare competenze in grado di migliorare l’intero sistema ASL. L’Azienda Sanitaria e le associazioni ad essa collegate ricevono sì dei fondi, ma purtroppo essi non sono sufficienti a garantire una copertura efficiente e di conseguenza efficace dei bisogni e delle esigenze dell’utenza, del personale e della relazione fra i due. Più fondi, più cooperazione, più investimenti ed una maggiore attenzione all’organizzazione serviranno a produrre una crescita collettiva, analizzata e diversificata a seconda dei bisogni e delle capacità di ognuno. È necessario finanziare poi degli spazi dove l’individuo possa aver modo di sviluppare le proprie competenze individuali nelle relazioni con gli altri e nello svolgimento di determinate attività o mansioni. L’isolamento e l’inattività infatti rischiano di condurre la persona ad un’aridità sia nei rapporti che personale che immancabilmente gli procurerà malessere. Il confronto con del personale esperto o con individui che possono aver avuto esperienze simili è molto importante proprio perché può contrastare attivamente il progressivo indebolimento nel sentirsi un individuo attivo e presente nella società. Una comunità intesa in termini religiosi/associativi o un gruppo di studio potrebbero in questo caso rivelarsi una valida opportunità per far sì che chi soffre si senta meno solo e non ghettizzato in uno spazio dove il confronto diviene attore e fine dell’intero percorso di cura della persona.

Sitografia:
http://www.news-forumsalutementale.it/salute-mentale-per-tutti/
http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/aziende-e-regioni/2018-02-12/il-paradosso-salute-mentale-aumenta-disagio-ma-investimenti-sono-palo-125215.php?uuid=AEJCjiyD

lunedì 19 febbraio 2018

Vittime e carnefici del sistema web


La Redazione

La tecnologia e i suoi sistemi ci rendono sia pirati che prigionieri, vittime e carnefici tra abuso e consumo nel mondo del web.
L’uomo contemporaneo che si rivolge al mondo del web è un Pirata dei cervelli; i rapporti sociali si sono snaturati e hanno perso i valori e la purezza, sono divenuti meno diretti e distanti, facendoci smarrire la nostra identità. A causa dei social network ci ritroviamo ad essere più freddi, distanti e sterili nei rapporti sociali e interpersonali; essi isolano l’individuo come mezzo “usa e getta” al fine di soddisfare solo se stesso, un ”abbandono incondizionato”.
Questo è il concetto che principalmente ci ha catturato nell’articolo “I pirati del cervello” (Le Monde, 2018), in cui viene descritto come la capacità di concentrazione delle persone si sia ridotta a causa dell’universo di Internet, dietro al quale i grandi portali social lavorano al fine di controllare e condizionare le nostre menti,  portandoci all’estrema facilità d’accesso ai nostri più amati bisogni.
La nostra volontà è così plasmata. Ci siamo chiesti il decorso di questo andamento, che è sempre più incalzante nelle nostre vite e ciò che è emerso come punto apice del disfacimento delle nostre decisioni è la Comunicazione: La comunicazione nell’uomo, tra affetti e interazione e le sue conseguenze sociali ed interiori legati al catturante mondo del web.
Be’... la modalità di comunicazione è profondamente cambiata e le motivazioni possono essere le più valide e svariate: la difficoltà nell’interagire, ad esempio, rende il computer un mezzo più semplice ma molto meno diretto di una chiacchierata al bar, oppure creare un lato di sè non veritiero ma volutamente immaginato forse per essere accettato dagli amici, dai compagni di scuola, da una società in cui è più difficile emergere e rimanere a galla, fa sì che l’interazione diretta fra due persone venga sempre meno e sia sempre più frequente vedere interagire attraverso emoticon di un telefono o di un tablet piuttosto che comunicare direttamente con lo sguardo, la parola, un gesto o toni di voci malmesse dall’emozione tendente all’empatia, che mantengono con sostegno , almeno fino ad adesso, la relaziona vera, viva e vissuta... propria. Teniamo a precisare viva e vissuta, perché il limite di essere inghiottiti nella nostra quotidianità da questo sistema di controllo delle volontà che, incalzatamene e subdolamente ci impone nel decidere per noi stessi su noi stessi, facendoci credere di non essere continuamente condizionati dal vasto mondo della rete, è fine e lieve, al tal punto che il nostro mondo vive bello e solo, attraverso l’illusione di essere noi i veri protagonisti delle nostre volontà, delle nostre voglie, delle nostre emozioni, illudendoci, causando un continuo respiro irreale e spingendoci non più al benessere collettivo ma ad un bisogno personale sempre più distante e vuoto che mira al soddisfacimento dei nostri pressanti bombardamenti di desideri fasulli. 
Siamo manipolati: volontà, privacy non fanno più parte del nostro controllo. La qualità della vita di un soggetto è scandita dall’utilizzo dello smartphone, ci disperiamo se il telefono è scarico, se non arriva il giusto messaggio, se la foto non carica in maniera adeguata sulla pagina Instagram e così il condizionamento nel gesto e nel pensiero giornaliero prende il suo abuso nelle nostre vite, creando forme di dipendenza, dipendenza da possedere e dipendenza di ”essere”, arrivando ad avere dipendenza dal tempo di cui abbiamo perso totalmente il controllo.
La fine dell’articolo apre speranze a questo gioco di mercato delle emozioni mostrando quanto gli studiosi si stiano operando per trovare un mezzo che argini questa problematica contemporanea che coglie tutti o quasi tutti noi. Questa nuova morte porta alla nostra semplice, ma ardua da attuare, conclusione: auto-educarsi a non cedere alle manipolazioni apparentemente inconsce di un sistema che volge a catturare attenzione a fini di lucro, credere e/o provare a ricredere fermamente nella bellezza del contatto umano, e soprattutto capire, accettare e lottare per non essere più oppressi, ma carnefici di una vita che abbiamo scelto con volontà e naturalezza che è pura indole nell’uomo.    

La bugia è dentro di noi

La Redazione

E se la menzogna fosse una peculiarità dell’essere umano? La lettura della prefazione del libro “Nati Bugiardi” di Ian Leslie si è rivelata un ottimo pretesto per approfondire tale argomento e ci ha dato la possibilità di affrontare una lunga discussione che, arricchitasi dal confronto del nostro pensiero, è esplosa in un contatto quasi fisico poiché pregno di emozioni e di parole espresse attraverso la voce dell’esperienza.
Leslie sostiene che ognuno di noi menta, non ci interessano le circostanze o le motivazioni, si tratta di un atto intrinseco, un atto che appartiene ad ogni uomo o donna, un atto che apre le porte dell’integrazione sociale e le porte sempre più nascoste del nostro mondo interiore.
L’intero dibattito si è sviluppato attorno a questi due temi e accantonati con non poca difficoltà i comodi e decisamente più rassicuranti pensieri che le menzogne rivelassero il più delle volte il nostro lato negativo o che fossero soltanto un mezzo grazie al quale poter nascondere la verità, abbiamo affrontato il concetto e ammirato, quasi ci trovassimo di fronte ad una bestia rara, le sue innumerevoli sfaccettature; la bugia infatti può aiutarci nelle relazioni quotidiane, ma allo stesso tempo rischia di imprigionarci in un mondo dove il reale perde il suo limite mischiandosi con l’irreale, a prescindere dal fatto che siano gli altri o proprio noi stessi i destinatari della menzogna.
La domanda che ci siamo posti è stata chi fra tutti noi mentisse e con quale frequenza, ma l’istinto naturalmente, per lo meno nelle fasi inziali, ci ha fatto negare una confessione di quotidiana slealtà di tale portata. Tuttavia è bastata una piccola riflessione per farci capire e ammettere con un assordate e imbarazzato silenzio, come un semplice “Bene” in risposta ad un “Ciao, come stai?” possa nascondere innumerevoli significati e rappresenti il risultato di quella complessa equazione che sono i rapporti umani. Svogliatezza, fretta o mancanza di fiducia, qualunque sia l’emozione legata alla nostra bugia, non possiamo non notare l’aiuto materiale che la banalità di una risposta evasiva ci offre nelle relazioni con gli altri. Si tratta di un comportamento che ai nostri occhi spesso passa inosservato, ma non esiste persona al mondo che non ne faccia utilizzo.
Lo facciamo per evitare discussioni che temiamo o più semplicemente non abbiamo voglia di affrontare, ma anche per alimentare una conversazione ed è per questo che alla domanda “Hai mai preso l’aereo?”, magari posta da una persona su cui vogliamo far colpo, può capitare di rispondere di sì, aggiungendo perfino affascinanti dettagli sulla nostra fantomatica esperienza, finendo così per mentire sapendo di mentire. Per quanto tali ammissioni possano sconvolgere è bene ricordare come le menzogne a cui ci riferiamo non abbiamo come fine quello di danneggiare o ingannare chi ci sta di fronte, ma bensì quello di sostenerci e renderci più semplice il raffronto con gli altri: non ci scandalizziamo quindi ad ammettere come la menzogna sia alla base di ogni relazione sociale.
Quindi chi sa mentire bene e di più vive meglio? No, secondo le nostre personali riflessioni, ma sicuramente coloro che si rapportano meglio con le bugie riescono di conseguenza ad avere migliori rapporti con gli altri. Questo è il “lato positivo” della bugia che poco a poco siamo riusciti ad intravedere nelle relazioni con gli altri, ma d’altro canto, se per paura, per difesa o per non nascondere un lato di noi stessi di cui abbiamo timore, ci troviamo a mentire alla persona che vediamo tutti i giorni nello specchio arrivando persino ad omettere o controllare con una sorprendente freddezza le nostre parole, l’approdo a cui potremmo giungere potrebbe rivelarsi dilaniante.
Source: https://lifehacker.com/what-to-do-when-your-kid-lies-to-you-1731423315
Mentire per tutelare le nostre insicurezze serve solamente ad alimentare quel parassita che sono le nostre paure e che col trascorrere dei giorni arriverà a trascinarci e imprigionarci in una gabbia cupa e buia dove inevitabilmente finiremo per perdere il contatto con la realtà.
Il nostro mondo così si lega indissolubile alla bugia, ormai divenuta un’oscura presenza che avrà reso il mondo che ci sta attorno confuso e distorto.
Per quanto situazioni del genere possano sembrarci bizzarre, stravaganti e lontane da noi, alcuni hanno avuto il coraggio abbattere questi pregiudizi e di ammettere, soprattutto a se stessi, come questi caotici stati d’animo abbiano influenzato (o tutt’ora stiano continuando a farlo) la loro vita. Adesso è l’esperienza a parlare
Chi ha vissuto in gabbia, al buio, trova soluzione nella fiducia o a ricredere nuovamente nella fiducia, verso chi con mano e presenza offre la possibilità di poter parlare, di liberarsi dal peso della solitudine, da muri fatti di paure, di timori legati al giudizio su ciò che siamo o di essere puniti per ciò che facciamo”.
Riuscire a vedere uno spiraglio di luce in quel buio piccolo, soffocante ed infinito è comunque possibile e vi si riesce se siamo disposti a dar credito, fare affidamento e a dare una nuova speranza a se stessi e agli altri, siano essi medici, familiari o amici in maniera da riprendere in mano la propria vita “liberandoti con un sospiro profondo espirandolo con divenuta e sognata leggerezza”.
Accettare e chiedere sostegno a chi ci tende la propria mano ci aiuta ad essere sinceri con se stessi; è così che possiamo abbattere le barriere che noi stessi creiamo, riscoprendo il contatto umano. Non dobbiamo avere paura di rivelarci perché aiutarsi è farsi aiutare.
In conclusione possiamo dire e vogliamo ricordare non solo che esistono molti tipi di bugie, ma soprattutto che la bugia esiste in ogni aspetto della nostra quotidianità, sia essa positiva o confinante e tentando di negarlo non faremmo altro che confermare questa teoria. Tutti mentiamo, ma l’importante, secondo noi, è riuscire a delimitare e controllare, sia negli altri che nei nostri confronti, questo importante mezzo di comunicazione.
Questo articolo è ciò che il nostro “dibattito d’esperienza” ha prodotto; sono stati gli input ricevuti, le parole tremolanti e i pensieri tramutati in discorsi forti e risoluti a generare questo confronto di bugiardi che, chi con fiato chi con sguardi, per poco si è spogliato della sua essenza, cioè di essere un “Nato Bugiardo”.

mercoledì 10 gennaio 2018

I miei oggetti: il valore delle piccole cose

Di Franco Razzauti

Fonte: http://www.sightunseen.com/2011/04/achille-is-watching-us/
Mi chiamo Franco, Frank per gli amici più cari, ma oggi non voglio parlare di me stesso, ma delle mie piccole cose, i miei “oggetti”. Sono quelli che mi accompagnano durante la giornata, quelli con cui ci gioco. Uno di questi è il mio cellulare, che è costato diciannove euro, ma non a me, ma alla mia amica Paola, in un negozio di piazza XX Settembre, in un caldo pomeriggio d’Agosto. Dovevo partire per Firenze, quel giorno, e Paola diceva che avevo bisogno di un cellulare. Mi trascinò, si può dire, in questo negozio di elettronica, e mi fece scegliere quello più adatto a me. Io le ho fatto comprare quello più semplice, senza internet e solo con la possibilità di fare chiamate, di riceverne di mandare e ricevere messaggi e fare foto e piccoli video. Con questo cellulare chiamo i miei amici, specialmente Massimo e Arnaldo, che considero più che altro un fratello. Un altro oggetto importante per me sono gli occhiali, neri, con le stanghette di metallo dentro una guaina plastificata nera anch’essa. Le due lenti si uniscono con un magnete, gli occhiali costano tre euro e novanta centesimi perché gli ho comprati a basso prezzo dai cinesi. Quando li portai a casa ero tutto contento e lo dissi a mio fratello. Ma lui mi raffreddò l’entusiasmo perché, diceva, quegli occhiali mi avrebbero fatto dolere la testa. Invece questo non è fortunatamente successo. Basta così, adesso non voglio scrivere altro ma tanto avete capito: la mia vita, dopo, purtroppo, la morte dei miei genitori, scorre con queste piccole storie fatte di piccole e piccolissime cose, alle quali mi appoggio come i sostegni che ci sono nei bus per compensare il tempo che scorre via rapidamente come un fulmine.