lunedì 7 agosto 2017

Inclusione sociale a Livorno: intervista all'A.L.C.A.T.

Questo articolo è il risultato dell'intervista che l'Associazione Mediterraneo ha condotto sul territorio livornese al fine di far conoscere alla cittadinanza alcune di quelle associazioni che si occupano di inclusione sociale.

Di Enrico Longarini, Virginia Gasperini, Alessio Polini, Alessio Torbidoni, Francesco Benvenuti, Paolo Di Giuseppe e Sabrina Caluri


A.L.C.A.T è un’associazione ONLUS che, applicando l’approccio ecologico messo a punto dal prof. Vladimir Hudolin , psichiatra ed alcologo croato di fama mondiale, si occupa dei problemi alcol-correlati, ovvero tutte quelle situazioni che possono portare la persona a bere, come la mancanza di una casa o di un lavoro.
Oltre a collaborare con il SerT, che spesso ci indica e ci invia individui che necessitano di sostegno, uno degli aspetti che più ci contraddistingue è il fatto che noi non lavoriamo solo con il singolo ma ne coinvolgiamo anche la famiglia. Quest’idea si basa sul principio secondo il quale la sofferenza non appartiene esclusivamente alla persona, ma che di riflesso si estenda anche alla sua rete familiare.
I colloqui iniziali che ci servono per conoscere chi si rivolge a noi spesso vengono condotti solo con i parenti e solamente dopo riusciamo ad inserire il diretto interessato nell’associazione. Una volta introdotto nei gruppi, la famiglia rimarrà al suo fianco per tutto il suo percorso proprio in nome di quel principio di condivisione della sofferenza a cui abbiamo fatto riferimento poc’anzi. I parenti infatti non svolgono solo il compito di “controllori”, ma vengono anche per loro stessi, per sfogarsi ed esprimere tutti i propri disagi.
Occasionalmente conduciamo anche incontri con la cittadinanza e se due anni fa abbiamo organizzato un convegno sul rapporto tra alcol e giovani, questo 2017 ci ha visti protagonisti di un’iniziativa durante la quale abbiamo affrontato il delicatissimo tema della violenza. “Violenza di genere, diamoci un taglio”, questo il nome dell’incontro, si è rivelato essere un ottimo spunto per costruire e ampliare il nostro lavoro di rete insieme a tutti          coloro che con noi hanno partecipato al convegno: Associazione Ippogrifo, Associazione Lui, l’Arma dei Carabinieri ed il Codice Rosa dell’ospedale.
Ogni iniziativa che progettiamo nei confronti della cittadinanza, dai gazebi che organizziamo durante le feste rionali, alla semplice distribuzione di volantini ha dunque lo scopo di fare promozione e prevenzione. 
Purtroppo non sempre risulta semplice coinvolgere i cittadini nelle nostre attività; le persone che occasionalmente si avvicinano a noi sembrano sempre non avere un problema diretto con la dipendenza e nessuno viene mai da noi a dire: ho un problema. Al massimo chiedono aiuto per conoscenti o parenti perché più di ogni altra cosa temono lo stigma e la vergogna di ammetterlo agli altri ma soprattutto a se stessi. Non sanno che ammettere di avere un problema significa aver percorso metà strada verso la riabilitazione.
La nostra associazione al momento conta sette club presenti sul territorio cittadino ed oltre alla condivisione delle esperienze, molto spesso conduciamo delle vere e proprie scuole per le persone e per le rispettive famiglie su argomenti che queste ultime hanno intenzione di approfondire.
Questi incontri vengono gestiti dai cosiddetti servitori-insegnanti (persone che in alcuni casi hanno vissuto esperienze collegate all’alcolismo) che, mettendosi a disposizione e al servizio delle famiglie, donano i loro insegnamenti e il proprio sostegno.  
Sono le famiglie che stanno alla base dell’operato della nostra associazione e per comunicarci la loro opinione o per fare determinate richieste, abbiamo istituito due rappresentanti per ogni club della città in maniera che tutte le famiglie abbiano modo di esprimere il proprio parere e partecipino al processo decisionale.
L’idea che la sofferenza del singolo coinvolga anche la famiglia è stata formulata dal professor Hudolin, che abbiamo citato precedentemente, egli tuttavia non si limitò solo a questo, ma giunse a sostenere che l’alcolismo non era da considerarsi una malattia bensì una questione di forza di volontà. L’obiettivo della nostra associazione in sostanza è proprio quello di alimentare questa scelta attraverso iniziative di prevenzione, di condivisone e di informazione, come quella che abbiamo programmato assieme all’Associazione Ippogrifo che ci ha invitati al Banco 46 (banco all’interno del mercato centrale) a parlare delle nostre esperienze al fine di promuovere una cultura della salute in ogni suo aspetto e favorire una piena consapevolezza della condizione di alcolismo.
Quando nascemmo nel 2007, ovviamente nessuno conosceva il nostro potenziale, ma oggi a circa dieci anni di distanza siamo fieri di dire che siamo riusciti a ritagliarci
un nostro spazio di competenza; certo, ciò a cui aspiriamo può essere considerato un’utopia forse, ma i risultati che abbiamo ottenuto in passato ci spingono ad andare avanti e le collaborazioni con la UEPE, con il Comune e con numerose altre associazioni sono una valida testimonianza del nostro successo. La gioia più grande però consiste nel vedere la persona che con il nostro aiuto, ma soprattutto con le sue forze, riesce ad uscire da una condizione di dipendenza arrivando così a riacquistare la propria vita.

L’intero nostro operato si fonda sull’assunto che nessuno debba sentirsi escluso, di conseguenza la maggior parte delle attività che organizziamo sono gratuite e nella quota di partecipazione, che ogni club raccoglie per sostenersi, solo un euro viene versato direttamente nelle casse dell’associazione. Tutto si fonda sul volontariato e come diceva il professor Hudolin: meno soldi ci sono meglio è.
L’unico servizio che comporta oneri finanziari, ma che nel 2015 ci è stato sovvenzionato dal CESVOT, è il corso di sensibilizzazione, al termine della quale frequentazione vengono formati i servitori-insegnanti. Questi corsi, aperti a chiunque (familiari, medici e persone che possono aver avuto problemi in passato) hanno lo scopo di sensibilizzare i partecipanti nei confronti del fenomeno della dipendenza da alcol. Si tratta di un bellissimo corso e tutti coloro che hanno vissuto quest’esperienza sulla propria pelle hanno ammesso di esserne usciti arricchiti.
La nostra associazione è aperta a tutti e non pone limitazioni di alcun tipo, né politiche né tantomeno religiose; accettiamo e abbiamo tra di noi persone che soffrono dei disturbi più disparati perché crediamo che tutte le persone siano uguali, soprattutto di fronte ad un problema come l’alcolismo. Produrre inclusione sociale per noi è mettersi insieme e lavorare mano nella mano a prescindere dai problemi che ognuno di noi può aver incontrato durante la sua vita. 

Nessun commento:

Posta un commento