mercoledì 29 marzo 2017

La nascita di Stellina

Di Luana Baldacci

Molti anni fa, quando avevo undici anni, dopo aver finito la scuola, aver dato gli esami  di quinta e quello di ammissione alle scuole medie, essere stata promossa per gli esami con la media del 9 su 10, mi preparavo felice alle mie meritate vacanze, contenta di prendere le distanze dalle mie “care” ziette che non vedevano l‘ora di levarmi di torno. E così pensavo felice  che dal 25 di Giugno sino al 10 di Ottobre  sarei stata mandata a Borgo a Buggiano, un borgo sulla strada  del Brennero dove avrei rivisto la mia cavalla preferita: Rosina! Io l‘avevo chiamata così perché il suo manto, di tenue color beige, tendeva un po’ al rosa. Quando il pullman arrivò sul posto si fermò, scesi di rincorsa portando con me la mia valigetta (un sacchetto di tela grigia) con dentro la biancheria ( due/ tre vestiti per il cambio) e due paia di pantaloncini. A me sarebbero serviti solo i pantaloni e i reggiseni perché dall’ anno prima ero diventata, come era detto dire, ”signorina”: che palle! Arrivata di corsa alla cascina della fattoria mi buttai di slancio tra le braccia di nonno Berto, il padre di mio zio Marcello e suocero di mia zia Libera. Lo strinsi più forte che potevo dalla contentezza di essere accolta in casa loro, salutai frettolosamente tutti i cugini ed amici della mia età circa, poi mi staccai da tutti loro e con voce alta e squillante chiamai: <Rosina, Rosina dove sei ?> e Rosina mi rispose con un lungo nitrito. Rosina era poco distante nel prato a brucare l’ erba verde. Le corsi incontro per abbracciarla e baciarla sul suo bel muso e lei mi restituì i baci che le davo con una linguata che lavò tutto il mio viso, poi mi staccai un poco da lei perché volevo guardarla in tutta sua bellezza di cavalla
 <Oddio Rosina, che ti sta succedendo? Hai una pancia enorme!>
 Nonno Berto, che mi era venuto dietro, appoggiò le mani sulle mie spalle e mi disse sorridendo:  <Calmati  Luana, Rosina sta benissimo di salute, sta solamente aspettando di far nascere il suo piccolo perciò è semplicemente gravida!>
<Quanto le manca di tempo nonno Berto ?>
<Pochissimo tempo e tu lo vedrai appena nato, sarai la prima, te lo prometto. Adesso  andiamo in casa che è l‘ora di cena!>
Rosina ci venne dietro ed entrò tranquilla nella grande stalla con il pavimento coperto di paglia gialla freschissima che profumava l’intero ambiente . Prima di andare a letto chiesi a nonno Berto se potevo andare a dare la buonanotte a Rosina e al suo pancione. Fui accontentata con un bel sì e così andai nella stalla a dare la buonanotte alla mia bella cavalla che stava per diventare mamma. La trovai sdraiata sulla paglia, su di un fianco. La baciai sul muso e le accarezzai il pancione e lei, guardandomi con i suoi occhioni, fece un debole nitrito di saluto; poi reclinò la testa appoggiandola sopra la paglia morbida. Le detti un altro bacio e accarezzandole la testa le augurai la buonanotte dicendole: <Ciao Rosina, a domani mattina> Poi, io ed i miei quattro cugini, fummo mandati a letto nella stanza superiore. Ma io ero nervosa e non riuscivo a prendere sonno e mi giravo e rigiravo in quel letto pieno e soffice fatto di foglie di granturco. I miei cugini dormivano tranquilli, io invece no ed ero attenta ad ogni rumore che veniva dal basso, quando ad un tratto sentii la porta della stanza aprirsi e il nitrito quasi disperato di Rosina. Il mio cuore cominciò a battermi in gola e, piano piano quatta quatta scesi dal saccone e uscii all’aria aperta per andare nella stalla. Nonno Berto e mio zio, suo figlio, erano in ginocchio vicinissimi a Rosina che stava iniziando a partorire il suo piccolo e si lamentava quasi sottovoce.
<Bisogna far presto, non c’è troppa dilatazione...> diceva Berto a suo figlio.
<Babbo è la prima volta che ti do una mano in questo caso, ho le mani più grandi delle tue e le sto facendo male sul serio>.
A quel punto  mi feci coraggio e tremando un po’ entrai dritta nella stalla dicendo ad alta voce: <Io ho le mani piccole e le braccia lunghe, voglio dare aiuto a Rosina e a voi due, vi prego!> Si girarono tutti e due e mi guardarono sbalorditi
 <Luana>  disse nonno Berto <e tu saresti capace di fare cosa stai dicendo?>
<Sì> risposi io caparbia <io voglio bene a Rosina e  voglio aiutarla per non farla soffrire troppo, sono pronta a farlo e non ho paura del sangue. A me non fa schifo niente e sono pronta a darvi tutte e due le mani che sono piccole e farò del mio meglio per non far soffrire la mia amica Rosina>
Un altro nitrito di dolore ed io, scansando mio zio, mi inginocchiai dietro le zampe della cavalla e, come lo avessi sempre fatto, infilai una per volta le mie mani allargando le braccia finché, mentre mio zio pigiava con forza gentile la pancia di Rosina, riuscii a sentire le zampette del cavallino che afferrai assieme a nonno Berto tirandole con forza e sudando come una fontana per la paura di non riuscire a tenere strette le zampette del piccolo. Finalmente due zampette coperte di sangue uscirono fuori, tenute tutte e due da Berto mentre le mie mani e le mie braccia erano ben infilate dentro Rosina che via via nitriva.
<Tira più forte nonno, io ho tutto il corpo del cavallino sotto le mie mani e lo sto spingendo verso l’uscita>
 Per me quelli erano momenti di terrore perché avevo una paura folle di non farcela più a spingere quel corpicino e cominciavo a sentirmi stanca.
<Pigia più forte sulla pacia!> dissi urlando a mio zio e piano piano le zampe uscirono del tutto fuori.
<Stai attenta bimba> mi disse Nonno Berto <Bisogna che venga fuori con tutta la placenta intera, hai capito?>
Io dissi di sì muovendo la testa ed un filo di voce mentre le mie mani pigiavano il corpo viscido e bagnato di sangue mi posi una domanda alla quale non sapevo dare una risposta: ma che cos’è la placenta? Boh? Non lo so, speriamo bene. Ero nervosa ed emozionata per quanto stavo facendo ed avevo un’enorme paura. Alla fine, non so quanto fosse passato da quando avevo infilato le mie mani dentro il corpo di Rosina, che smaniava con la testa e nitriva sempre più spesso e più forte. Il corpo del cavallino uscì del tutto fuori ed io allora, pensando a quella placenta, arrivai a prendere con tutte e due le mani la testa del cavallino nascituro e con delicatezza, ma fermamente, riuscii, aiutata da Berto e dallo zio a fare uscire all’esterno la testa del cavallino dal corpo della madre che emise un forte e lungo nitrito che a me sembrò di gioia. Lo zio tolse la famosa placenta intatta dalla testa del cavallino, poi disse con voce contenta che ero stata veramente brava e coraggiosa per quello che avevo fatto con le mie braccia di ragazzina, poi mi baciò sulla testa bagnata dal sangue e dal sudore e guardandomi disse: <è una femmina, che nome le vuoi mettere Luana?> Io guardai la cavallina sul musetto e mentre Rosina la puliva con la sua grossa lingua, notai nel mezzo della fronte,  un ciuffetto di pelo scuro e spontaneamente dissi: <sul capo ha la forma di una stella perciò lei è la mia Stellina>. Rimanemmo lì in attesa che Stellina riuscisse, dopo molti tentativi, a mettersi in piedi con le zampette vacillanti. Alla fine ci riuscì e si attaccò con avidità alle mammelle della madre per succhiare il latte che l’avrebbe fatta crescere bella e sana. Nel frattempo lo zio Marcello stava ripulendo la stalla dal sangue del parto andato a buon fine e guardandomi negli occhi mi disse compiaciuto: <Guarda, questa è la placenta tutta intera, sei stata veramente brava e capace>. Ed intanto era arrivata l’alba ed io stanca ma felice mi buttai sulla paglia asciutta e pulita e dissi con un filo di voce: <Nonno, zio io ora dormo qui con loro!> E fu così che la cavallina diventò mia e non si faceva toccare da nessuno che non fossi io e me la godetti dal 25 di giugno fino al 10 di ottobre. Lei si inginocchiava per farmi salire sul suo dorso macchiato di beige e di bianco e ce ne andavamo a passo lento a fare passeggiate sulla riva del Serchio, sempre più lunghe e svelte.


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